La “Piccola Venezia”, i gelsi di Parise e il profumo della libertà

di Roberto Malini – foto di Steed Gamero

Diario di una giornata al Premio Goffredo Parise per il Reportage

Ci sono giornate che iniziano prima ancora che le viviamo. Giorni speciali che seguono un loro ritmo temporale che non parte quando si arriva in una città, non quando si entra in una sala o si sale su un palco, ma molto prima, nel cammino che ci ha condotti fin lì. Per me, la giornata del Premio Goffredo Parise per il Reportage è cominciata a Pesaro, nelle assemblee, nelle carte, nelle diffide, nei silenzi, nelle paure dei cittadini, nelle notti passate a scrivere comunicati e appelli – ma anche a creare vignette satiriche e installazioni artistiche, che sono entrate fra gli strumenti di impegno civile in una “battaglia” difficile – perché una città non si abituasse all’idea di vedere sorgere un impianto GNL accanto alle case, ai bambini, alle persone fragili, al fiume Foglia, il cui nome ne rappresenta la natura delicata e vulnerabile. 

Sono arrivato a Treviso con Steed Gamero, amico prezioso da tanti anni, che mi accompagnava come altre volte nelle azioni civili che da anni condividiamo per i diritti umani, l’ambiente, la memoria. Aveva con sé la macchina fotografica e sapevo che avrebbe colto non solo i volti, ma anche quegli intervalli che spesso dicono più degli eventi ufficiali. Un corridoio, un movimento umano, un sorriso appena accennato, l’attesa prima di una parola pubblica. Le sue fotografie entrano da anni nel mio archivio della memoria come tracce di un percorso a difesa delle cose in cui credo, non come semplice documentazione.

La prima parte della giornata si è svolta all’Hotel Carlton, in un clima di accoglienza semplice e calorosa. La conferenza stampa non aveva il tono rigido delle occasioni formali. Premiati, giurati, organizzatori, giornalisti si sono incontrati come persone prima ancora che nei rispettivi ruoli. È raro, oggi, trovare un luogo in cui il giornalismo venga ancora pensato come responsabilità dello sguardo prima ancora che come professione.

Ho conosciuto Maria Rosaria Nevola, vedova di Antonio Barzaghi, fondatore del Premio, e con lei ho parlato dell’informazione nel nostro tempo. Ci siamo detti che le nuove tecnologie sono indispensabili, ma non bastano. Anzi, possono diventare rumore, velocità senza profondità, se non sono sorrette da coraggio, rigore, capacità di vedere oltre i muri che il potere costruisce intorno ai fatti. Il giornalismo, quando è vero, deve riuscire a scorgere ciò che la propaganda nasconde e ciò che l’abitudine rende invisibile. Deve saper raccontare la verità nella sua forma più nuda, anche quando quella verità non ha protezioni.

Ho parlato con Toni Capuozzo, presidente della giuria. In lui ho ritrovato non soltanto il reporter, ma un uomo che ama profondamente la letteratura e il teatro. Forse per questo il suo sguardo sugli eventi non si ferma alla superficie. Capuozzo sa che dietro le dichiarazioni ufficiali, dietro le formule rassicuranti, dietro le versioni comode, spesso si consuma la sorte degli esseri umani più esposti. Il giornalismo migliore nasce proprio lì, dove qualcuno decide di non accettare la scenografia del potere come se fosse realtà.

Peter Gomez, premiato alla carriera, mi è apparso come un giornalista di straordinaria lucidità. Porta con sé una cultura ampia, capace di attraversare più paesi e più tradizioni dell’informazione. Si preoccupa, giustamente, della sopravvivenza autonoma del giornalismo in un mercato sempre più difficile, dove la tecnologia obbliga chi riferisce i fatti a essere sempre più pronto e veloce. L’indipendenza non è una parola astratta, perché ha bisogno di strumenti, di modelli sostenibili, di redazioni capaci di cambiare senza perdere l’anima. Bisogna saper cogliere gli eventi in presa diretta, vedere ciò che sfugge agli altri, misurare il peso specifico delle notizie minori, quelle che a volte raccontano il mondo meglio dei grandi titoli.

Ho incrociato Marzio Breda, Antonio Armano e Gianni Barbacetto, giurati insieme a Capuozzo, che presiede la giuria. Nelle loro presenze diverse ho riconosciuto una sorta di mappa del giornalismo italiano. L’esperienza, il mestiere, la critica, la memoria, il presente ancora inquieto di una professione che continua a interrogarsi sul proprio futuro. Il Premio Parise riuniva tutto questo, attraversando la realtà dell’informazione come rituale civile e di cultura.

Fra i premiati c’era Ilaria Tuti, alla quale è stato assegnato il Premio Goffredo Parise per il Reportage. Il suo lavoro sul terremoto del Friuli non è soltanto il racconto di una catastrofe avvenuta cinquant’anni fa. È una discesa nella memoria di un territorio ferito, una scrittura che trasforma la rovina in interrogazione, la distruzione in coscienza, il ricordo personale in una meditazione collettiva sul modo in cui una comunità impara a sopravvivere e a ricostruirsi. Il terremoto, nelle sue parole, non resta evento naturale: diventa una frattura tra uomo e terra, tra infanzia e storia, tra perdita e rinascita.

C’era anche Alhassan Selmi, premiato con “Finestra sul Mondo” per i suoi reportage su Gaza. Il suo intervento portava con sé l’orrore delle bombe, della fame, dei morti, ma cercava di andare oltre l’orrore. Non per dimenticarlo, non per attenuarlo, ma per impedire che si trasformi in odio permanente. In lui ho sentito il compito più arduo per il testimone. Resistere alle pressioni politiche e mediatiche, raccontare la tragedia senza diventare prigioniero della disperazione, chiedere pace quando il mondo sembra ormai organizzato per rendere la pace impossibile.

Poi è arrivato il momento di parlare della nostra vicenda. Ho raccontato Pesaro, il quartiere della Tombaccia (un nome che rappresenta bene il rischio cui è sottoposto, “se le cose dovessero andare male”), il progetto GNL, il rischio di un impianto di liquefazione del metano accanto alle case, in un luogo abitato da bambini, famiglie, anziani, persone fragili. Ho parlato del fiume Foglia, così vicino al sito, della fragilità idrogeologica, dei depositi interrati, della necessità di una caratterizzazione ambientale profonda, non limitata ai primi metri di una falda continuamente dilavata dal fiume. Ho spiegato che la nostra battaglia è nata a difesa della gente del posto e dell’ambiente che la circonda. Può una città d’arte, di mare e di paesaggio accettare nel proprio corpo urbano un progetto così pericoloso e inquinante? Esiste solo una ragione per ripetere, amplificandolo, uno dei più gravi errori dell’industria fossile, che ha prodotto tante vittime sul nostro tormentato pianeta, che sembra girare sospinto ora dalla necessità, ora dall’avidità?

Ho parlato anche della causa civile da due milioni di euro e del procedimento penale per diffamazione intentati da Fox Petroli contro me e Lisetta Sperindei. Lisetta non era con me a Treviso, era rimasta a Pesaro, ma ho ritirato il premio anche per lei. Era presente in ogni parola, perché questa vicenda l’abbiamo attraversata insieme, con la stessa determinazione e la stessa consapevolezza, la stessa fiducia nella forza dell’informazione e speranza nel buon funzionamento della giustizia. E ho parlato di Pia, che ci difende pro bono con la sua competenza legale, il suo amore per l’ambiente e la giustizia sociale, il suo attivismo. 

Durante l’intervista che precedeva la premiazione mi è stato chiesto se faccia più male la SLAPP o il silenzio delle istituzioni. Ho risposto che la SLAPP, questa terribile SLAPP che ci ha colpiti, non fa male nel modo in cui qualcuno potrebbe immaginare. Ci sono aziende che compiono ogni azione possibile per realizzare i loro progetti e i diritti, quando è necessario, si difendono anche in tribunale. Lisetta e io stiamo giocando una partita vitale sul campo appropriato. Si deve vincere non solo per se stessi, ma per la libertà di esprimere opinioni, di difendersi da assalti violenti e iniqui. Si deve vincere senza tirarsi indietro. Fa male, invece, il silenzio. Fa male vedere persone che occupano ruoli importanti nelle istituzioni locali, persone con cui dialogavamo amichevolmente prima della causa, scomparire, non riceverci più, manifestare distanza invece che solidarietà. Fa male vedere cittadini spaventati, che vorrebbero protestare, ma temono di essere trascinati a loro volta in giudizio. Perché senza libertà di espressione non esistono più neppure i diritti. Restano scritti, dichiarati, proclamati, ma senza voce. E un diritto senza voce è già un diritto indebolito.

Ecco perché l’osservatorio Ossigeno per l’informazione, che collabora con il Premio Goffredo Parise, è vitale per la democrazia in Italia, con la sua esperienza nata per documentare cronisti minacciati, notizie oscurate, intimidazioni e violenze contro chi prova a raccontare ciò che altri vorrebbero seppellire. E ho pensato ad Alberto Spampinato, direttore dell’Osservatorio, che non ha potuto essere presente alla cerimonia, ma che sentivo vicino a me e Lisetta. Ci ha aiutati ad affrontare i processi in corso ed è un punto di riferimento fondamentale per i difensori dei diritti umani, la cui partecipazione pubblica viene spesso messa in discussione dalle SLAPP e da altri strumenti di intimidazione. Ossigeno, promosso dalla FNSI e dall’Ordine nazionale dei Giornalisti con il contributo di realtà come Articolo 21, Liberainformazione e UNCI, ricorda al Paese che l’informazione non è solo una componente della democrazia, ma una sua condizione vitale. Il suo stesso acronimo contiene una verità semplice e radicale, vale a dire che una società libera ha bisogno della libertà di informare e di esprimersi come il corpo umano ha bisogno di ossigeno.

Tra una fase e l’altra della giornata, con Steed, ho camminato per Treviso. La città era attraversata dalla Deejay Ten, una corsa colorata che portava nelle strade migliaia di persone. Così la città si è offerta a noi in movimento, con facciate antiche, canali, scorci d’acqua, atleti di ogni età; la vitalità del presente che passava davanti alla bellezza storica. A Treviso si respira un po’ di Venezia, per la sua storia, per la vicinanza della città lagunare, per gli scorci e i canali. Non a caso è soprannominata “Piccola Venezia”.

Quando sono entrato al Teatro Mario Del Monaco, ho pensato a mio nonno, Giuseppe Furlan. Era violinista, fra i prediletti da Pietro Mascagni, e mia nonna Noemi mi raccontava che proprio in quel teatro, circa cent’anni fa, aveva suonato con il Maestro in una rappresentazione della Cavalleria rusticana. In quel momento il tempo ha compiuto uno dei suoi piccoli miracoli. Io entravo per ricevere un premio di giornalismo civile e pensavo a un violinista che aveva portato la musica nello stesso luogo, un secolo prima. Le storie familiari non scompaiono, perché a volte restano in attesa nella materia dei luoghi, finché un passo, una luce, un palco le risvegliano.

Il Premio Goffredo Parise ha, nella mia percezione, il significato di saper unire la parola alla terra, il racconto alla responsabilità, la memoria alla libertà. Parise sentiva nei luoghi di Salgareda il profumo della terra, delle foglie, dell’acqua. Quel profumo era per lui una forma della libertà. Noi, a Pesaro, chiediamo in fondo la stessa cosa. Poter continuare a sentire la natura dell’aria della nostra città senza che la paura, il pericolo, l’indifferenza e i sintomi di una nuova era fossile la avvelenino. 

Quando ho ricevuto il premio, ho rivolto un pensiero a Pesaro, la nostra città dalle bellezze tanto antiche quanto frangibili. Un riconoscimento non alleggerisce la battaglia, la rende più visibile. Porta la vicenda del “mostro” del GNL fuori dal suo perimetro locale – dove ha eletto il suo covo – e la consegna a uno spazio nazionale di attenzione civile. Un riconoscimento così significativo dice che una comunità ha diritto di sapere, che chi informa non deve essere isolato, che una causa legale non può diventare il recinto entro cui imprigionare la partecipazione democratica.

Sono tornato da Treviso con una sensazione di calore. Lisetta, io e gli altri cittadini che dicono no al “mostro” siamo meno soli. Sul palco del teatro di Treviso non si è sentito solo il racconto di ciò che è accaduto, ma si è sviluppata una rete di condivisioni che si estende fin dentro i fatti che stanno ancora sviluppandosi. È un barlume di verità che non si accende dopo la storia, ma cerca di intervenire mentre la storia è aperta, quando una città può ancora scegliere, quando un territorio può ancora essere difeso, quando la paura non ha ancora vinto del tutto e la notte non è ancora scesa. 

Forse per questo, ripensando a quella giornata, non mi tornano in mente solo il teatro, la premiazione, le fotografie, gli incontri. Vedo un filo conduttore. Da Parise a Treviso, da Treviso a Pesaro, dai gelsi di Salgareda al fiume Foglia, dalla letteratura al giornalismo, dalla memoria all’ambiente, dalla parola alla responsabilità. Un filo sottile, ma resistente. Lo stesso che ci permette di continuare a dire che la verità, quando viene pronunciata con coscienza, può ancora generare un’espressione di libertà.

Nella foto di gruppo, da sinistra in alto: Alhassan Selmi, Peter Gomez, Laura Credidio, Gianni Barbacetto, Antonio Armano, Roberto Malini; in basso: Mara Pavan, Maria Rosaria Nevola, Toni Capuozzo

Nella altre foto, Malini con Peter Gomez, Toni Capuozzo, Alhassan Selmi e Maria Rosaria Nevola; scorci di Treviso

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *