di Roberto Malini – Foto di Steed Gamero
Il 24 luglio, a Milano, è morta Elisa Amadori Brigida. Era nata nel 1975, troppo giovane per consegnare la propria opera a una forma conclusa e tuttavia già pienamente riconoscibile come una delle voci poetiche più intense e singolari della nostra generazione. Chi l’ha conosciuta sa che in lei la poesia non era mai un esercizio letterario né una disciplina separata dalla vita. Era respiro, meraviglia intima, veicolo fatto di sole e luna, perfetto per attraversare il dolore trasformandolo in canto.

Elisa era (ma come sembra irreale parlare di lei al passato) una cara amica e un’autrice centrale di Lavinia Dickinson Edizioni. Con lei ho partecipato a festival letterari, reading, performance, incontri pubblici a Milano, Genova, Treviglio e in altre città. Quando leggeva i suoi versi davanti al pubblico, accadeva ogni volta qualcosa di magico e la parola si sottraeva di colpo alla pagina per diventare un soffio vivo, una presenza nobile, un tremore irrefrenabile, un’invocazione cosmica. Elisa non declamava, perché il suo corpo e la sua anima si infondevano nel canto. Non era interprete, ma musa, sacerdotessa intenta a predicare una liturgia incantata, luminosa, transustanziale.
Nella prefazione che ho scritto per A rigor di stelle, pubblicata nel 2013 da Lavinia Dickinson Edizioni, apro con una frase che oggi torna con una forza dolorosa: «Elisa Amadori Brigida è una poetessa. È una poetessa sempre, non solo quando scrive in versi, ma anche quando osserva il mondo intorno a sé, quando chiude gli occhi e contempla la propria interiorità, quando respira l’ossigeno della vita e percorre la “via dell’anomalia”».
Quella “via dell’anomalia” non era uno stile di vita o di scrittura, ma il centro stesso della sua ricerca. Elisa non cercava la poesia nella normalità rassicurante delle cose, ma nel punto in cui la vita si inclina, si spezza, si apre all’invisibile. Nei suoi versi l’amore, la morte, l’attesa, la distanza, la ferita, il cosmo e la natura non sono mai temi separati, ma variazioni di un’unica domanda sull’essere. O suoni di un canto vivente.
Nella raccolta A rigor di stelle, la sua voce si alza subito interamente formata. Il titolo stesso rovescia la gerarchia comune fra logica e intuizione. “A rigor di stelle” significa sottoporre la vita non al rigore arido del calcolo, ma a una necessità più alta, quasi astrale, in cui il vero non coincide con l’utile né il senso con la spiegazione.
I versi che danno il titolo alla raccolta restano fra i più limpidi e profondi della poesia italiana recente:
A rigor di stelle
ci dovrà essere
qualcosa al mondo
che non passi
attraverso crudeltà.
Così fiaba e fiaba
sono cresciuta al Vero
acerba acerba al mondo.
Sono versi in cui la semplicità apparente è il risultato di una pressione interiore estrema. La parola “crudeltà” non è qui un concetto morale, ma una prova cosmica; il “Vero” non è dottrina, ma maturazione dolorosa; l’essere “acerba al mondo” indica una condizione poetica prima ancora che biografica. Quella di chi resta esposto, non addomesticato, non del tutto conciliato con la realtà, il mondo, la materia, l’attimo presente.
Elisa è nata a Milano nel 1975, da padre psichiatra e madre poetessa. Nella sua nota autobiografica ricorda di essere cresciuta dentro una tensione originaria fra due modi diversi di guardare il mondo, quello della psiche e quello della parola poetica. Una frizione da cui è sorta presto una vocazione creativa, prima attraverso il teatro, poi attraverso la poesia, che lei stessa ha definito come un dono ricevuto senza averlo cercato.
La formazione filosofica è stata decisiva per la sua maturazione lirica. Dopo il liceo classico Carducci di Milano, ha studiato filosofia all’Università Statale, orientandosi si verso l’esistenzialismo che l’induismo vedantico. Più tardi ha approfondito la filosofia indiana, la Bhagavad-gītā, gli Yoga Sūtra di Patañjali, la meditazione, la tradizione vaishnava e la pratica dello yoga. In lei, tuttavia, la spiritualità non ha cancellato la ferita: l’ha illuminata. Non c’è stata fuga dal mondo, ma una continua trasmutazione del dolore in energia conoscitiva.
Per questo la sua poesia può essere accostata, con cautela ma non arbitrariamente, a una linea di sapienza e arte che attraversa tradizioni diverse, dal respiro cosmico di Kālidāsa all’intensità amorosa di Amaruka; dalla tensione mistica di Jayadeva alla nudità spirituale di Akka Mahādēvi; dall’assoluto cantato da Kabir alla limpidezza universale di Rabindranath Tagore. Non si tratta di indicare fonti dirette o imitazioni, ma di riconoscere una ricchezza culturale e spirituale unita a un’indiscutibile maestria nell’arte poetica. Elisa coltivava l’idea che l’amore, quando raggiunge la sua massima intensità, non appartenga più solo alla psicologia individuale, ma diventi via di conoscenza, forma del sacro, interrogazione dell’universo. Chi è Dio e chi è l’amato? Cos’è il divino e che differenza presenta nei riguardi dell’amore?
Negli ultimi anni Elisa ha orientato la propria scrittura verso un’essenzialità sempre più spoglia, quasi liturgica. Da tempo progettavamo una nuova raccolta, Le mie distanze, che avrebbe riunito un corpus di poesie sospese fra misticismo, natura, amore, perdita e cosmo. Sono testi meno narrativi, più rarefatti, nei quali la parola sembra farsi preghiera senza smettere di essere carne.
A questo nucleo appartengono quattro poesie inedite — Ciliegie, Resa, Cocci e Lettere senza destinatario — che assumono oggi un valore particolare, perché testimoniano una fase ulteriore della sua ricerca. Non sono soltanto frammenti rimasti fuori dai libri: sono tracce di una trasformazione in atto, di una voce che stava cercando una forma più nuda, più concentrata, più vicina al silenzio.
In Ciliegie, pochi versi bastano ad aprire uno spazio di memoria e interrogazione:
Dove posso raccogliere
le ciliegie?
Le troverò ancora
là, sulla collina?
La domanda è semplice, quasi infantile, ma contiene una profondità struggente. Le ciliegie non sono soltanto frutti, perché diventano il segno di un luogo perduto o forse ancora raggiungibile, di una felicità elementare che la memoria cerca di salvare. La collina è un altrove minimo e assoluto insieme, un punto del paesaggio, ma anche una soglia dell’anima.
In Resa, la dimensione dell’attesa si trasforma in affidamento:
Ogni minuto
che ti attendo,
ogni speranza
che illumina
il mio viso
è un atto di resa
a Te
che sei diventato
il tempo,
che scandisci
il ritmo
del mio respiro.
Qui l’oggetto di un sentimento senza confini non è soltanto l’amato. O meglio, è l’amato nella misura in cui ogni vero amato, nella poesia mistica, diventa soglia dell’assoluto. L’attesa non è più definibile come vicenda sentimentale, ma diventa disciplina del tempo, abbandono, offerta. Il verso è nudo, privo di orpelli e proprio per questo carico di risonanza. La parola “resa”, che nel linguaggio comune può indicare sconfitta, in Elisa diventa un gesto di affidamento. Non cedere al nulla, ma consegnarsi a una presenza che ormai coincide con il ritmo stesso del respiro.
Anche Cocci concentra in quattro versi una tensione verticale:
C’è un cielo di luce,
speranza che nasce
vivida e rossa
tra cocci dispersi.
È una poetica della frattura e della ricomposizione. I cocci non vengono negati, non sono cancellati da una consolazione facile. Restano dispersi. Ma fra essi nasce una speranza “vivida e rossa”, cioè vitale, sanguigna, non astratta. In Elisa la luce non è mai fisica o sensazionale: è una conquista all’interno di essenze ineffabili lacerate dal divenire universale.
In Lettere senza destinatario, infine, la parola dell’altro arriva come messaggio senza approdo, comunicazione che continua a giungere e tuttavia non salva:
Arrivano le tue parole
come un ponte dismesso,
un orizzonte chiuso.
Arrivano
abbandonate al naufragio,
incuranti del tempo
e dell’eco dei giorni.
Arrivano mentre attendo
a una fermata del tram
l’aprirsi lento,
invernale del vento.
Torna qui uno dei nuclei più importanti della sua poesia, che si può identificare con il concetto di orizzonte. Un orizzonte che tuttavia non si apre all’immensità, ma si chiude, implode, si immobilizza. Il ponte non collega più, perché è dismesso. Le parole arrivano, ma come relitti, “abbandonate al naufragio”. E tuttavia il testo resta in ascolto senza precipitare nella disperazione. La scena finale, con l’attesa a una fermata del tram e “l’aprirsi lento, / invernale del vento”, porta la metafisica dentro una situazione quotidiana, urbana, quasi dimessa. È proprio in questo incontro fra assoluto e ferialità che la poesia di Elisa raggiunge una delle sue forme più riconoscibili.

L’orizzonte è stato, per Elisa, una figura centrale. Prima di aver scelto, insieme, il titolo Le mie distanze, avevamo valutato quello di Orizzonti verticali. Quando le ho chiesto perché fosse così importante, nella sua poesia, l’orizzonte, mi ha risposto che per lei era «il raggio di pensiero e di azione di ognuno di noi» e che nei suoi versi gli orizzonti erano spesso verticali, vale a dire muri interni o esterni che bloccano, impediscono, annichiliscono l’agire. Nella sua sensibilità coincidevano speso con la pazzia, la morte, la lontananza dell’amato, l’asperità del mondo e rappresentavano i grandi temi della poesia, ma anche gli ostacoli che si opponevano al tentativo ostinato di rinnovare la speranza.
Una riflessione che costituisce una vera chiave filologica per leggere la sua opera. In Elisa il muro è la condizione stessa della parola piuttosto che una barriera nel flusso della poesia. Il verso nasce perché qualcosa impedisce al pensiero di diventare azione, all’amore di compiersi, alla luce di farsi interamente visibile. La poesia, allora, apre una fessura nel muro, senza abbatterlo con atteggiamento retorico. Lascia passare attraverso le sue fibre respiro e spirito.
Va poi detto che l’opera di Elisa Amadori Brigida non è soltanto intima. L’autrice aveva un’acuta coscienza umanitaria. Ha lavorato per UNHCR occupandosi di raccolta fondi per i rifugiati, fino a coordinare il progetto nel Nord Italia, e più tardi ha collaborato con Interlife Onlus, impegnata nell’adozione a distanza di bambine orfane in India del Sud. Questa tensione etica affiora nei versi dedicati ai migranti e ai bambini, là dove la tragedia collettiva entra nella poesia senza perdere dignità, senza diventare cronaca impoverita.
In Salvi tutti ha scritto:
Come fiume d’inverno
arriverò da qualche parte
senza temere gelate.
I bambini
ecco i bambini!
Salvi tutti!
Il resto è dolore.
Fa paura
solo a chi
non l’ha mai incontrato.
Qui il tono è insieme fragile e profetico. La salvezza dei bambini non è immagine sentimentale, ma fondamento morale. Il breve verso “Il resto è dolore” si presenta come concetto assoluto, quasi testamentario, che rifiuta ogni retorica dell’indifferenza. Il dolore fa paura solo a chi non lo ha mai incontrato, mentre chi lo ha conosciuto può riconoscerlo negli altri e a volte farsene carico.
Nel 2014 Elisa ha ricevuto per la raccolta A rigor di stelle il Premio Internazionale Milano per la Poesia, con la motivazione: «Per il contributo al progresso della cultura e civiltà del nostro tempo». La stessa opera è stata finalista al Premio Internazionale Mario Luzi 2013/2014, sezione poesia edita. Nel 2015 ha ricevuto il Lalleshwari Award – Expo di Milano. Alcune sue poesie sono state pubblicate nell’antologia 100 Thousand Poets for Change e le liriche Salvi tutti e Anima a strapiombo hanno ricevuto a Genova il Premio di Poesia “La ragazza di Benin City”.
Elisa è apprezzata anche fuori dall’Italia, in Francia, Brasile e Stati Uniti. Ma la sua importanza non si misura solo attraverso premi, eventi o riconoscimenti. Si misura soprattutto nella persistenza della sua voce. L’autrice appartiene a quella rara categoria di poeti che scelgono la fedeltà oltre l’apparenza o il successo. Fedeltà al vero, al sentimento, al fine del canto.
La poetessa, intervistata su che cosa fosse per lei la poesia, ha detto parole che oggi assumono il valore di una poetica definitiva:
«La poesia nasce dalla sofferenza. È difficile conoscere un poeta illuminato da una gioia senza ombre di malinconia. Nasce – e non è solo una visione romantica dell’arte: anche il seme deve spaccarsi per germogliare – dalla sofferenza, dalla sua sublimazione e trasformazione. È rigore del sentimento, del pensiero e del verso; è un sentire amplificato, un farsi carico del dolore del mondo, un dare voce al grido silenzioso che percorre l’universo. È aspirazione all’assoluto che esiste dietro il velo di Maya; è anima, tensione al vero e al suo disvelamento, pulsione incontenibile».
Questa definizione contiene l’intera sensibilità di Elisa. La sofferenza oltre il compiacimento, come seme che si spezza. Il rigore sopra la freddezza, come disciplina del sentire. L’assoluto al di là dell’astrazione, come qualcosa che preme dietro il velo delle cose e chiede di essere dischiuso.
Rileggere oggi i suoi versi significa accorgersi di come non abbia mai cercato l’effetto letterario. La sua poesia non si propone mai di stupire, perché è tesa verso l’approdo. Ha musica, ma non musicalità vuota o sterile; ha immagini cosmiche, ma non eccedenze; ha spiritualità, ma non consolazione immediata e a buon mercato. La sua parola nasce sempre da una zona di rischio, sull’orlo di un precipizio.
In Anima a strapiombo ha scritto:
Strapiombo anima
paracadute di me
senza reti a raccogliermi
né “a che santo votarmi”.
“Non vedi che ho solo
ferite aperte
a consolarti?”.
È difficile immaginare un autoritratto più vero, quello di un’anima sospesa, senza reti e tuttavia capace di offrire conforto proprio attraverso le ferite. Elisa era così. Vulnerabile e incrollabile, luminosa e attraversata da una rete di ombre, capace di trasformare fragilità e impermanenza in forme di conoscenza.
Oggi che la sua voce umana tace, restano i suoi versi. Restano le letture, i viaggi, le giornate condivise nei festival, le conversazioni sui libri ancora da pubblicare, il progetto di Le mie distanze, le poesie inedite, la promessa non compiuta di una nuova stagione creativa. Ma resta soprattutto la certezza che Elisa Amadori Brigida ci abbia lasciato una poesia che continuerà a parlare.
Ci ha lasciato un’eredità di valori e di verità. Ci ha lasciato la mappa di un cammino dell’anima nel mondo. Un’anima sempre rivestita della ruvida stoffa dell’ego umano, eppure capace, ogni tanto, di liberarsene e di volare fino alle pendici del Monte Meru, là dove il mito incontra la coscienza e il desiderio umano sfiora la propria origine celeste. Ci ha lasciato un’esperienza spirituale e poetica che indica come in ogni felicità si nasconda il vulnus della temporaneità e come in ogni dolore possa spaccarsi il seme della consapevolezza.
La sua poesia non parlerà a tutti. Non a chi cerca nella poesia un balsamo o il conforto di parole che cantano. Parlerà a chi conosce la ferita e non vuole rinunciare alla luce; a chi ha urtato contro una muraglia e la percorre, in cerca di una fessura; a chi vorrebbe che, a rigor di stelle, ci fosse al mondo qualcosa di immune alla crudeltà.
Elisa ci ha lasciati. E tuttavia ci lascia anche una testimonianza. Ci manca e ci mancherà sempre, perché era fresca come il vento che viene dal mare e antica come i canti della terra. Era una domanda luminosa che chiedeva luce come risposta. Era un’amica che si vorrebbe ancora abbracciare, per sentirla vicina, per dirle che le vogliamo bene, per darle appuntamento fuori dal tempo. Elisa ci ha lasciati, ma rimane accanto a noi. E in noi.
Nelle foto di Steed Gamero: Elisa Brigida, accompagnata dal musicista Marco Mantovani allo Spazio Pin di Milano per l’evento Performance di luce (16 maggio 2014). La poetessa riceve il Premio Internazionale Milano al Consolato dell’Ecuador di Milano; nella foto di gruppo è con, da sinistra Guaman Allende, Terri Carrion, Michael Rothenberg, Roberto Malini (20 maggio 2014). Al Festival di Poesia di Treviglio con, da sinistra, Dario Picciau, Fabio Patronelli, Steed Gamero, Roberto Malini, Marco Mantovani e l’organizzatore Nicola Castelli (25 maggio 2014, fotografia scattata da uno spettatore). Performance in Corso Vittorio Emanuele, a Milano, per i diritti degli artisti di strada (20 settembre 2014, foto di Fabio Patronelli). Elisa legge presso lo spazio Duomo 21 a Milano dove riceve il Lalleshwari Award – Expo di Milano (13 giugno 2015).







