Martha Ndumbe, una berlinese nera nell’Europa del razzismo

di Roberto Malini, da Agire Sociale News – Anno 5, numero 5, settembre/ottobre 2026

Nell’ottobre del 2025 una piazza di Berlino ha cambiato nome. Per più di un secolo aveva ricordato Joachim Nettelbeck, marinaio prussiano che aveva prestato servizio su navi coinvolte nella tratta degli schiavi e che, in seguito, sarebbe diventato una figura celebrata dal nazionalismo e dal colonialismo tedeschi. Oggi quella piazza, nel quartiere di Wedding, si chiama Martha-Ndumbe-Platz. La sostituzione di un nome con un altro ha qualcosa di più di un valore simbolico. Nettelbeck apparteneva all’Europa che aveva fatto dell’Africa un territorio da conquistare, amministrare e descrivere secondo le proprie categorie. Martha Ndumbe era figlia di un africano che proprio il colonialismo aveva condotto a Berlino. Nacque nella capitale tedesca, vi trascorse quasi tutta la vita e morì nel febbraio 1945 nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück. Aveva quarantadue anni. Per molto tempo il suo nome è rimasto ai margini anche della memoria delle persecuzioni naziste. La sua vicenda consente invece di illuminare una storia meno conosciuta. Quella delle donne e degli uomini neri che vivevano in Germania prima dell’avvento di Hitler e che il nazionalsocialismo trasformò progressivamente in estranei nella propria stessa società. Non ci fu nei loro confronti un programma centralizzato di sterminio equivalente alla Shoah, né un’unica operazione nazionale di arresto rivolta a tutta la popolazione nera. Vi furono però discriminazione razziale istituzionalizzata, esclusione dal lavoro e dall’istruzione, divieti matrimoniali, sterilizzazioni forzate, incarcerazioni e deportazioni nei campi di concentramento. La storia di Martha comincia, in realtà, sei anni prima della sua nascita.

Figlia della Berlino coloniale

Nel 1896 suo padre Jacob Njo Ndumbe arrivò a Berlino da Douala, nel Camerun che allora faceva parte dell’impero coloniale tedesco. Non venne semplicemente come viaggiatore. Era uno dei 106 uomini, donne e bambini provenienti dalle colonie che furono presentati al pubblico nella Prima esposizione coloniale tedesca organizzata nel Treptower Park. Era una Völkerschau, un’esposizione di esseri umani. In quelle manifestazioni, diffuse nell’Europa tra Otto e Novecento e oggi spesso ricordate con l’espressione “zoo umani”, africani, asiatici e altri popoli colonizzati venivano collocati all’interno di villaggi artificiali, fatti vestire e agire secondo l’immagine di “primitività” che l’Europa voleva attribuire loro. Non erano individui presentati al pubblico nella loro storia e complessità, ma elementi di una rappresentazione destinata a confermare la distanza fra il visitatore europeo e l’“altro”. Nel Treptower Park politica coloniale, commercio, scienza ed etnologia si incontrarono in un unico spettacolo. Secondo il Museo Treptow, molti dei partecipanti non avevano nemmeno compreso prima di arrivare che sarebbero stati esposti davanti a un pubblico. Alcuni opposero forme di resistenza, rifiutando costumi e fotografie o restituendo provocatoriamente lo sguardo ai visitatori. Jacob rimase in Germania dopo la fine dell’esposizione. Imparò il mestiere di fabbro e sposò Dorothea Grunwaldt, una donna nata ad Amburgo. Il 27 luglio 1902 nacque Martha. La famiglia abitava allora al numero 133 della Schönhauser Allee. 

Questo particolare merita di essere ricordato. Martha non sarebbe stata un’immigrata nella Germania di Hitler. Non avrebbe conosciuto Berlino da straniera. Era berlinese. Eppure il colore della pelle e l’origine africana del padre avrebbero contribuito a renderla, agli occhi di una società sempre più ossessionata dalla classificazione degli esseri umani, qualcuno la cui appartenenza poteva essere continuamente messa in discussione. L’infanzia fu difficile. Il fratello Alfred morì ancora neonato. I genitori si separarono quando Martha aveva circa otto anni e la madre si trasferì ad Amburgo. Per qualche tempo la bambina visse presso una famiglia tedesca amica degli Ndumbe. Jacob, dopo anni segnati dalle difficoltà economiche e dal rifiuto della cittadinanza tedesca, fu internato nel 1918 nell’ospedale psichiatrico di Dalldorf e morì l’anno successivo. Poco dopo anche Martha divenne madre. Sua figlia Anita non arrivò al primo compleanno. La Berlino degli anni Venti poteva sembrare molto diversa da quella che sarebbe venuta dopo. Era una città di cabaret, avanguardie, jazz, cinema e sperimentazioni. Anche persone nere erano visibili nella vita culturale della Repubblica di Weimar. Ma visibilità non significava uguaglianza. Il lavoro regolare era difficile da trovare, i matrimoni misti erano guardati con ostilità e l’assenza della cittadinanza complicava ulteriormente l’esistenza di molte famiglie afro-tedesche. 

Per alcuni lo spettacolo divenne una delle poche possibilità di sopravvivenza. Negli anni Trenta nascerà persino la Deutsche Afrika-Schau, una compagnia itinerante in cui lavoravano artisti neri residenti in Germania. Era un paradosso rivelatore. Il regime che restringeva sempre più i loro diritti consentiva ancora che fossero mostrati al pubblico purché inseriti nell’immaginario coloniale che esso stesso voleva diffondere. Fra gli artisti della Afrika-Schau vi furono, per esempio, Kwassi Bruce e Magdalene Garber. I nazisti finirono per assoggettare anche quella esperienza alla propaganda coloniale e nel 1940 la chiusero. Martha non percorse quella strada. Lavorò occasionalmente come sarta, ma non riuscì a conquistare una posizione stabile. Dalla metà degli anni Venti visse sempre più di prostituzione e piccoli reati. Sarebbe un errore addolcire questa parte della sua biografia. Le vittime delle persecuzioni non devono essere trasformate in personaggi esemplari per meritare memoria. Nel 1932 Martha sposò Kurt Borck. Lui finì per diventare il suo protettore e la relazione assunse caratteri sempre più violenti. Nel 1937 Martha trovò la forza di denunciarlo. Borck venne condannato e l’anno successivo i due divorziarono.A quel punto, però, la Germania era già un altro paese.

L’esclusione come sistema

Il nazionalsocialismo non inventò l’antisemitismo europeo, il razzismo coloniale, l’omofobia o il disprezzo verso poveri, mendicanti e marginali. Li raccolse da una storia precedente e li portò dentro un progetto politico radicale, trasformando pregiudizi, pseudoscienza, medicina, diritto e burocrazia in strumenti di selezione della società. Al centro c’era l’idea della Volksgemeinschaft, la comunità nazionale che avrebbe dovuto comprendere soltanto chi possedeva le caratteristiche razziali, biologiche e sociali considerate desiderabili. La sua costruzione presupponeva inevitabilmente qualcuno da lasciare fuori. Gli ebrei furono trasformati dal nazismo nel nemico razziale fondamentale e la persecuzione sfociò nello sterminio sistematico. Sinti e Roma furono perseguitati e assassinati su basi razziali. Anche i neri vennero definiti estranei alla comunità razziale tedesca. Gli uomini omosessuali furono perseguitati perché considerati incompatibili con il modello sessuale e riproduttivo del Reich. Altri ancora vennero esclusi in quanto malati, disabili, poveri o socialmente “devianti”. Non erano persecuzioni identiche e non ebbero la stessa portata o lo stesso esito. Le univa però una concezione del mondo che pretendeva di stabilire chi avesse diritto di appartenere e chi costituisse invece un corpo estraneo, improduttivo o pericoloso. È in questo quadro che una parola apparentemente burocratica diventa particolarmente eloquente. “Asociale”.

Per il nazismo non indicava semplicemente qualcuno dal comportamento sgradevole. Poteva comprendere senzatetto, mendicanti, prostitute, persone senza un lavoro stabile, alcolisti e individui accusati di non adattarsi alle norme della vita familiare e produttiva. Il pregiudizio sociale veniva rivestito di biologia. Povertà, marginalità e comportamenti giudicati devianti potevano essere considerati caratteristiche ereditarie da impedire, correggere o eliminare. Decine di migliaia di persone finirono in carceri, case di lavoro e campi di concentramento sotto questa classificazione. Nei lager portavano il triangolo nero. Per Martha questa categoria fu decisiva. Nel frattempo il regime aveva progressivamente ristretto anche lo spazio vitale dei tedeschi neri. Le leggi razziali di Norimberga furono applicate anche ai rapporti fra neri e persone considerate di “sangue tedesco”. Bambini neri furono esclusi dalle scuole pubbliche. Centinaia di ragazzi e ragazze meticci della Renania subirono sterilizzazioni forzate. Almeno 385 risultano sottoposti a questa pratica entro il 1937, spesso senza alcuna base legale.  Le vite che emergono dagli archivi mostrano destini diversi. Hilarius Gilges, artista nero e comunista di Düsseldorf, fu assassinato dai nazisti già nel giugno 1933. Ferdinand James Allen, figlio di padre britannico nero e madre tedesca, venne sterilizzato e fu poi ucciso nel 1941 nell’ambito del programma di “eutanasia” nazista. Bayume Mohamed Husen, originario dell’Africa orientale e per un periodo interprete e attore in Germania, morì a Sachsenhausen. Gert Schramm fu deportato a Buchenwald e sopravvisse. Erika Ngando conobbe Ravensbrück e sopravvisse anch’essa. 

Non vi fu dunque un unico “destino nero” sotto Hitler. Esistette una vulnerabilità crescente, prodotta dall’incontro fra razzismo, condizioni personali, decisioni amministrative e altre categorie della persecuzione. Anche nel caso di Martha occorre evitare una semplificazione. Non possiamo affermare che sia stata deportata a Ravensbrück esclusivamente perché nera. Gli archivi raccontano un meccanismo più complesso e, proprio per questo, forse ancora più inquietante. Nel novembre 1943 venne condannata a un anno e mezzo di carcere per furto e ricettazione. Passò dal carcere femminile della Barnimstraße a quello di Lipsia. Ma scontare una pena non bastava più. Il regime la considerava recidiva, prostituta, socialmente marginale e, nello stesso tempo, racialmente estranea all’ideale della comunità nazionale. Il 9 giugno 1944 fu trasferita a Ravensbrück. Nel registro del campo, accanto al suo nome, compariva la classificazione che l’aveva definitivamente consegnata al sistema concentrazionario. Asozial

Ravensbrück, Berlino e il nome di Martha

Ravensbrück era il più grande campo di concentramento femminile esistente nel territorio del Reich. Quando Martha vi arrivò, nell’estate del 1944, la Germania nazista stava già andando incontro alla sconfitta, ma la macchina concentrazionaria continuava a funzionare. Fame, malattie, lavoro forzato, sovraffollamento e violenza accompagnarono gli ultimi mesi del campo. Martha Ndumbe morì a Ravensbrück il 5 febbraio 1945. Mancavano meno di tre mesi alla liberazione del campo. La storia avrebbe potuto concludersi lì, con un numero nei registri e una delle innumerevoli vite scomparse negli ultimi mesi del Reich. In qualche modo, per decenni, fu così. Nel 1954 Dorothea, la madre di Martha, cercò di ottenere un riconoscimento per la morte della figlia. La richiesta di risarcimento venne respinta. Martha apparteneva infatti a una categoria di perseguitati che la Germania del dopoguerra continuò a lungo a non considerare vittime del nazionalsocialismo. Coloro che erano stati deportati come “asociali” continuarono a portare lo stigma che il regime aveva imposto loro. Il Bundestag tedesco li ha riconosciuti formalmente come vittime della persecuzione nazista soltanto nel 2020. Un anno dopo, nell’agosto 2021, davanti all’ultima abitazione di Martha, al numero 24 della Max-Beer-Straße, venne collocata una Stolperstein, una delle pietre d’inciampo che restituiscono alle strade europee i nomi delle persone cancellate dalla persecuzione. 

Poi è arrivata la piazza. Il 18 ottobre 2025 il vecchio Nettelbeckplatz è diventato ufficialmente Martha-Ndumbe-Platz. La scelta della città possiede una forza particolare perché sembra chiudere un cerchio iniziato centotrent’anni prima. Jacob Ndumbe era arrivato nella Berlino imperiale per essere osservato come suddito coloniale. Sua figlia era nata nella stessa città, ma una Germania ossessionata dalla purezza razziale e sociale aveva finito per espellerla dalla comunità degli uomini, fino a Ravensbrück. Oggi è il suo nome a occupare stabilmente lo spazio pubblico dal quale viene rimosso quello di un protagonista dell’immaginario coloniale. Non è una riparazione. La storia non può esserlo. È piuttosto un cambio di giudizio. Per molto tempo la memoria delle persecuzioni naziste ha avuto difficoltà a vedere alcune delle vite che non rientravano nelle categorie più note. Le ricerche degli ultimi decenni stanno facendo riemergere persone come Martha Ndumbe, Bayume Mohamed Husen, Ferdinand James Allen, Gert Schramm, Erika Ngando e molti altri. Non per sovrapporne le vicende a quelle delle altre vittime, né per costruire una graduatoria delle sofferenze, ma per comprendere meglio quanto fosse vasta l’ambizione nazista di classificare gli esseri umani. Martha ci consegna soprattutto una domanda. Quando comincia una persecuzione?

Non necessariamente al cancello di un campo di concentramento. Può cominciare molto prima, quando una società trasforma alcune persone in curiosità da esporre, altre in corpi da misurare, altre ancora in individui inadatti a sposarsi, lavorare, avere figli o frequentare una scuola. Quando parole apparentemente neutre come “razza”, “igiene”, “normalità”, “produttività” o persino “asocialità” diventano strumenti per stabilire il valore di una vita. Nel 1896 il padre di Martha era stato messo in mostra in un’esposizione coloniale. Nel 1944 sua figlia venne registrata in un campo di concentramento sotto una categoria inventata per definirla estranea alla comunità. Nel 2025 Berlino ha scritto il suo nome su una piazza. Martha Ndumbe è sempre stata e rimane parte della storia tedesca, nonostante società e memoria pubblica abbiano impiegato ottant’anni per riconoscerlo pienamente.

Nelle foto, un gruppo di artiste della Deutsche Afrika-Schau (1936-1937), spettacolo itinerante distinto dalle precedenti Völkerschauen, ma ancora inserito nella tradizione dello sguardo coloniale europeo; pietra di inciampo, a Berlino, in memoria di Martha Ndumbe; internate nel lager di Ravensbrück. 

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