da ImgPress
L’Unione Astronomica Internazionale risponde alla proposta di Roberto Malini. Nessuna modifica alla nomenclatura scientifica, ma si apre una riflessione sul rapporto fra nomi, scienza, cultura, responsabilità ambientale ed etica planetaria
Parigi/Pesaro, 5 ottobre 2026. Un pianeta può avere, accanto al proprio nome scientifico e ai nomi che gli esseri umani gli hanno dato nelle diverse lingue, anche un nome simbolico capace di esprimere la relazione che ci unisce ad esso? È da questa domanda che nasce MA, proposta culturale ed etica avanzata da Roberto Malini, poeta, studioso e attivista per i diritti umani e l’ambiente. L’idea è semplice e, proprio per questo, radicale: affiancare ai molti nomi della Terra una parola elementare, quasi primordiale, Ma. Non un nuovo termine astronomico, non la sostituzione di Earth, Terra, Erde, Tierra o degli altri nomi attraverso cui le culture designano il nostro pianeta, ma un nome relazionale, destinato a ricordare che la Terra non è soltanto un corpo celeste classificabile. È la condizione materiale della nostra esistenza, il luogo da cui provengono la vita, le culture, le memorie e il futuro possibile dell’umanità. Il primo interlocutore scientifico internazionale chiamato a riflettere sulla proposta è stato l’International Astronomical Union, l’Unione Astronomica Internazionale. Il 15 settembre 2026 Malini ha scritto alla sua Segretaria generale, l’astronoma britannica Diana Worrall, precisando fin dall’inizio che MA non intende modificare la nomenclatura astronomica ufficiale. «Earth is the name of a planet», si legge nella lettera. «MA would remind us that this planet is also the source and condition of our lives». La distinzione è essenziale. La scienza ha bisogno di nomi univoci, stabili, regolati da criteri condivisi. MA si colloca invece in un altro territorio, quello della cultura, dell’etica, dell’ecologia e della percezione collettiva.
Worrall ha risposto con una posizione prudente e istituzionalmente molto chiara. L’IAU, scrive, ha un mandato ufficiale concentrato sulla necessità di fornire «a clear and unique way of identifying objects for scientific purpose» e applica regole rigorose riguardo alla nomenclatura. Per questa ragione, una proposta come MA «would fall well outside our normal activities». Non si tratta dunque di un’approvazione della proposta da parte dell’Unione Astronomica Internazionale, e sarebbe scorretto presentarla come tale. Ma la risposta contiene anche un altro passaggio significativo: «We appreciate your dedication to planetary stewardship, and wish you success as you engage with cultural and civic organisations». L’espressione planetary stewardship indica la responsabilità di custodire il pianeta, amministrarlo senza comprometterne gli equilibri e consegnarlo alle generazioni future. È precisamente il terreno sul quale nasce MA. La risposta dell’IAU consente così di delimitare con maggiore precisione la proposta e, nello stesso tempo, di aprire un confronto più ampio. L’astronomia deve poter chiamare un pianeta in modo inequivocabile. Un nome scientifico appartiene a un sistema di classificazione, a convenzioni internazionali, a cataloghi nei quali l’ambiguità sarebbe un errore. Ma gli esseri umani non vivono soltanto dentro sistemi di classificazione. I nomi appartengono anche all’immaginario, alla memoria e alle relazioni. La stessa realtà fisica può essere descritta scientificamente e, nello stesso tempo, assumere significati culturali, affettivi e morali. Il mare è una massa d’acqua regolata da fenomeni fisici, ma è anche viaggio, confine, memoria e vita. Un albero può essere descritto attraverso tassonomia e fisiologia vegetale senza che questo esaurisca ciò che rappresenta per una comunità. Lo stesso vale per il pianeta. Terra è ciò che la scienza studia. MA vorrebbe esprimere anche il modo in cui scegliamo di rapportarci ad essa. Non vi è contraddizione fra le due dimensioni finché non vengono confuse.
La proposta prende le mosse dall’associazione estremamente diffusa, in molte lingue e culture, fra suoni come ma, mama, mamma e la figura materna. Non viene avanzata alcuna pretesa di universalità linguistica, né proposta una falsa etimologia globale. Il valore della parola è deliberatamente simbolico. Una madre non è una risorsa e non è un territorio da sfruttare fino all’esaurimento. È origine, relazione, dipendenza, vulnerabilità reciproca, cura. Trasferire simbolicamente una parte di questo campo semantico alla Terra significa provare a modificare il punto di osservazione. Il problema ecologico contemporaneo, infatti, non è soltanto tecnologico. Disponiamo già di una quantità enorme di dati sul cambiamento climatico, sulla perdita di biodiversità, sull’inquinamento, sul consumo delle risorse e sull’alterazione degli ecosistemi. Eppure conoscere un pericolo non equivale necessariamente a sentirne la responsabilità. Fra conoscenza e comportamento interviene qualcosa di profondamente umano, la rappresentazione. I nomi contribuiscono a costruirla. Proprio per questo la risposta proveniente dal mondo astronomico assume un valore particolare, anche nella sua cautela. L’astronomia ha progressivamente sottratto la Terra all’illusione di essere il centro del cosmo. Copernico, Galileo e le generazioni successive di astronomi ci hanno restituito un pianeta fra pianeti; l’astrofisica contemporanea ci mostra oggi un minuscolo mondo immerso in strutture cosmiche di dimensioni quasi inconcepibili. Ma proprio questa perdita di centralità ha prodotto un paradosso. Più comprendiamo quanto la Terra sia piccola nell’universo, più diviene evidente quanto sia assoluta, per noi, la sua importanza. Non conosciamo un secondo pianeta sul quale trasferire la biosfera terrestre, le nostre città, le foreste, gli oceani, le culture, le lingue, le biblioteche e i ricordi. La scienza misura questa fragilità, la cultura può trasformarla in consapevolezza, la poesia può darle una forma memorabile e l’etica può tradurla in responsabilità.
MA non avrebbe senso se diventasse una prescrizione. Ogni lingua possiede già il proprio nome per il pianeta e ogni nome porta con sé una storia che deve essere rispettata. La proposta consiste precisamente nell’opposto dell’uniformazione: aggiungere, non cancellare. MA non chiede di sostituire Terra. Chiede di poter stare accanto a Terra, come parola simbolica, come invito, come possibile segno condiviso. La risposta di Diana Worrall chiarisce che il luogo istituzionale nel quale sviluppare questa riflessione non è quello della nomenclatura astronomica, ma indica al tempo stesso un altro percorso, quello delle organizzazioni culturali e civiche. È il percorso che la proposta intende ora seguire, rivolgendosi anche a organismi internazionali impegnati nella cultura, nell’ambiente, nei diritti delle generazioni future e nella cooperazione fra i popoli. Non è dunque avvenuto il battesimo di un pianeta. È avvenuto qualcosa di più piccolo e, proprio per questo, forse più interessante. Una parola ha raggiunto per la prima volta una delle istituzioni che hanno il compito di ordinare scientificamente il cielo e ha ricevuto una risposta. La scienza ha ricordato i confini del proprio mandato. MA può ora cominciare a interrogare ciò che si trova oltre quel confine, senza mai contrapporsi alla scienza. Cose come cultura, educazione, sostenibilità, filosofia, diritto delle generazioni future, responsabilità verso gli altri esseri viventi e poesia. Resta allora una domanda semplice. Possiamo conoscere perfettamente il nome astronomico della nostra casa e dimenticare di prendercene cura. Forse avere anche un altro nome non significa confondere la scienza. Può significare ricordare una relazione. E qualche volta una relazione può cominciare da un breve nome che risuona nella memoria e nella cultura di tutti.

