di Matilda P.
Non ho letto un fumetto, ma vissuto, cantato, gioito e pianto insieme ai personaggi. Definirlo come racconto fantastico sarebbe come tradire la sua natura simbolica. Il viaggio che Brando/Aladino fa nel disegno non è una fuga nella fantasia, ma un ingresso consapevole in uno spazio protetto, in cui l’immaginazione diventa strumento di salvezza quando la realtà si fa troppo densa e distante dalla purezza originaria dei sentimenti. Quel prato fiorito non rappresenta solo l’ambiente, ma il mondo nella sua forma primigenia. Innocente, fragile e meravigliosa allo stesso tempo. Un mondo che rischia di essere soffocato non solo dalla cattiveria esplicita ma anche dalla passività adulta, dalla perdita dello stupore e dalla disconnessione dal fanciullino interiore. Brando/Aladino custodisce il fanciullino e, proprio per questo, appare quasi un intruso tra i piccoli, ma allo stesso tempo l’unico realmente capace di comprendere il loro linguaggio simbolico. In lui ho percepito una dimensione molto affine alla sensibilità dell’autore. È l’uomo che vive nel suo tempo, ma che conserva intatta una zona interiore non contaminata. È qui che l’opera si rivela profondamente psicologica. Gli adulti non vincono da soli. Hanno bisogno dei bambini, della magia di un cavallo parlante più intelligente di qualsiasi altro umano e di un genio. Perché la razionalità da sola non basta a salvare ciò che è autentico. Servono immaginazione, purezza e quella parte infantile che non rappresenta l’immaturità, ma la capacità di meravigliarsi ancora. Il Genio, tuttavia, non incarna la perfezione fiabesca a cui le narrazioni tradizionali ci hanno abituati. È goffo, profondamente umano, attraversato da fragilità, a volte insicuro, perfino scoraggiato di fronte ad un mondo che sembra andare in rovina. È proprio questa imperfezione a renderlo credibile e autentico. Non è un salvatore onnipotente, ma una coscienza sensibile, che vacilla e poi si rialza. È nell’amicizia sincera che riesce a ritrovare la propria forza, tirando fuori il meglio di sé per il legame emotivo che si crea con il protagonista. La lotta che attraversa l’opera non è una violenza distruttiva, ma ricorda piuttosto quelle schermaglie epiche e quasi giocose dei fumetti di un tempo, in cui i “duri” combattevano più per affermare un valore che per annientare l’altro. È una lotta a colpi di magia e di scontri simbolici, dove il gesto combattivo ha una componente quasi ludica, lontana dalla brutalità. Non c’è compiacimento nella violenza e il conflitto non viene risolto con la forza, ma con un’energia più alta, che richiama un combattimento sul piano spirituale e non su quello fisico. In questo senso, il ricorso all’Apocalisse appare come una rivelazione del senso profondo del bene e del male. Il richiamo all’Arcangelo Michele diventa estremamente significativo, perché non è un guerriero violento, ma il difensore dell’ordine morale, colui che combatte il male con una giustizia luminosa, lontana dall’odio. Anche i passaggi nel deserto assumono una valenza che va ben oltre l’avventura. Ricordano simbolicamente i quaranta giorni nel deserto della tradizione biblica ovvero un tempo di smarrimento, prova, solitudine e trasformazione. In quei momenti l’eroe deve confrontarsi con se stesso e fare i conti con la tostalgia, la perdita e la tentazione di arrendersi. La voce che dall’alto parla al genio richiama in maniera suggestiva, la nube luminosa della Trasfigurazione. Sono richiami biblici che non parlano di religione in senso stretto, ma di fede in senso filosofico ed esistenziale. Una fede che è fiducia in qualcosa di più grande dell’individuo e che si può chiamare Dio, destino, energia o semplicemente futuro. Parallelamente, il racconto si rivela ricco di tematiche profondamente contemporanee, come la sete di denaro, il potere che opprime, le dipendenze che rendono schiavi in tutti i sensi. Senza dimenticare il mancato rispetto per l’ambiente, rappresentato emblematicamente dal prato fiorito, che diventa il simbolo del mondo stesso. Un luogo fragile, vivo, costantemente minacciato. da sottolineare l’importanza della figura femminile centrale, rappresentata da Neve. La neve è bianca, candida, pura; è rifugio e coltre protettiva. La donna infatti rassicura, custodisce e protegge, anche se la sua è una protezione temporanea, ciclica, fragile. Le tre declinazioni — Nevetash, Neve sogno e Neve reale — non appaiono come semplici personaggi distinti, ma come variazioni della stessa linea affettiva che attraversa il tempo. La donna del passato (Nevetash) che muore, la Neve del presente che assume la forma del sogno e quindi svanisce, la Neve reale che resta, sospesa in un futuro incerto. Perché nessuna coltre può fermare per sempre il fluire del tempo. Questa ciclicità non è casuale, ma profondamente simbolica. Indica un amore che non si esaurisce in una singola esperienza ma si declina nel tempo, muta, si trasfigura e continua ad esistere in dimensioni diverse tra memoria, sogno e realtà. Forse l’elemento più commovente dell’opera è proprio la consapevolezza che niente scompare mai del tutto, ma cambia forma, proprio come le stagioni interiori dell’anima. Ho avuto la sensazione che la storia parli di qualcosa di molto più intimo di un prato da salvare, La necessità di proteggere ciò che resta integro dentro l’autore, mentre il mondo, lentamente, muta attorno. E se il prato fiorito non fosse soltanto il mondo da salvare dall’inquinamento, ma l’animo puro da difendere dalle insidie del mondo che, lentamente, impongono disincanto, corrompono lo stupore e cercano di spegnere proprio quella parte fanciullesca capace ancora di meravigliarsi? No, non l’ho letto come un libro per bambini, ma come un’opera per anime che hanno conservato il fanciullino nonostante il peso del tempo. In Don Backy, quel fanciullino vive ancora, nascosto tra le pieghe delle sue opere, e custodisce una purezza unica, che il tempo non è mai riuscito a intaccare.

