Il nuovo Global Analysis 2025/26 di Front Line Defenders offre, come ogni anno, una mappa severa e documentata dei rischi affrontati dai difensori dei diritti umani nel mondo, che comprendono minacce, arresti arbitrari, sorveglianza, violenze, campagne di delegittimazione, azioni giudiziarie e omicidi. Il Rapporto ricorda che nel 2025 almeno 358 difensori dei diritti umani sono stati uccisi in 28 Paesi per il loro lavoro pacifico. Fra le categorie più esposte figurano coloro che difendono la terra, l’ambiente, le comunità contadine e i diritti dei popoli indigeni.
In questo quadro globale, colpisce la presenza di un caso italiano, e precisamente pesarese, inserito nel capitolo dedicato alle pressioni giudiziarie e alle SLAPP, le azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica. La fotografia di Steed Gamero / EveryOne Group, pubblicata nel Rapporto, mostra Roberto Malini e Lisetta Sperindei davanti al Tribunale di Pesaro, il 30 aprile 2026, in attesa della seconda udienza della causa per diffamazione intentata contro di loro. L’immagine non è soltanto documentaria, ma diventa il simbolo di una vicenda locale che assume un valore internazionale.
Malini e Sperindei, attivisti del Comitato PESARO: NO GNL, si oppongono alla realizzazione di un impianto di liquefazione del gas naturale nell’area della Tombaccia, in un contesto urbano e ambientale considerato fragile. Per questa attività di denuncia, informazione e difesa del diritto alla salute e all’ambiente, sono stati citati in giudizio con una richiesta risarcitoria di almeno due milioni di euro per presunti danni d’immagine. Il procedimento è in attesa della terza udienza.
Il caso è emblematico perché mostra con chiarezza come una controversia ambientale possa trasformarsi in una pressione personale, economica e psicologica contro chi esercita il diritto fondamentale di partecipare al dibattito pubblico su un progetto industriale che può incidere sulla sicurezza, sulla salute e sull’ambiente di una comunità. La SLAPP non mira necessariamente a ottenere una vittoria giudiziaria, perché spesso basta la sua stessa esistenza a produrre paura, isolamento, autocensura, arretramento della stampa locale e dissuasione della cittadinanza.
Il Rapporto di Front Line Defenders colloca questa dinamica dentro una tendenza mondiale. In diversi Paesi, i difensori dei diritti umani vengono colpiti non solo con la violenza fisica o la repressione politica, ma anche con strumenti apparentemente “ordinari”. Querele, cause civili, accuse di diffamazione, richieste di risarcimento sproporzionate, procedimenti capaci di logorare risorse, reputazione e serenità personale. È una forma di intimidazione moderna, spesso invisibile all’opinione pubblica, madrammaticamente efficace.
Nel caso di Pesaro, il nodo è doppio. Da una parte vi è il tema ambientale, con la richiesta di trasparenza sul progetto GNL, sulle condizioni dell’area industriale, sulle analisi del suolo e delle falde, sulla sicurezza e sugli scenari di incidente rilevante. Dall’altra vi è il tema democratico, con il diritto da parte di una comunità di discutere liberamente un progetto che riguarda il proprio territorio, senza che i cittadini più attivi vengano esposti al rischio di una rovina economica e sociale per avere espresso preoccupazioni e critiche.
La presenza del caso Malini-Sperindei nel Rapporto di Front Line Defenders conferma che la vicenda non appartiene più soltanto alla cronaca locale. Pesaro entra in una mappa globale delle pressioni contro i difensori dei diritti umani e dell’ambiente. Accanto a Paesi in cui gli attivisti vengono perseguitati con leggi di sicurezza nazionale, repressione poliziesca o campagne di criminalizzazione, l’Italia compare per una forma altrettanto grave di pressione, che è quella giudiziaria, economica e reputazionale.
È un segnale che dovrebbe interrogare istituzioni, magistratura, politica, stampa e società civile. Un attivista ambientale non è un nemico dell’impresa né dello sviluppo. È una persona che esercita il ruolo riconosciuto dal diritto internazionale di difendere beni comuni, porre domande, chiedere accesso agli atti, sollecitare controlli, segnalare rischi, pretendere che la salute e l’ambiente non siano sacrificati alla corsa contro il tempo autorizzativa o agli interessi economici.
Il Rapporto di Front Line Defenders ricorda che la protezione dei difensori dei diritti umani non è un tema lontano, confinato a scenari di guerra o regimi autoritari. Riguarda anche l’Europa, riguarda l’Italia, riguarda Pesaro. Quando una causa da due milioni di euro grava su due cittadini che hanno denunciato rischi ambientali, non è solo una questione privata tra un’azienda e due attivisti. È una questione pubblica e riguarda il diritto di tutti a sapere, discutere e partecipare.
Non a caso Malini e Sperindei, il cui caso è seguito da vicino dalle Nazioni Unite e dalle principali organizzazioni internazionali che sostengono i difensori dei diritti umani e dell’ambiente, hanno ricevuto quest’anno il Premio Goffredo Parise per il Reportage – Ossigeno per l’informazione, motivato dalle loro azioni civili e informative sul pericolo del progetto di un impianto di liquefazione del metano accanto alle case e sulla necessità di effettuare analisi in profondità presso un sito dalla lunga storia fossile.
Per la sua gravità e la sua emblematicità riguardo alla condizione dei difensori dei diritti umani e dell’ambiente, il caso di Pesaro merita attenzione nazionale e internazionale. Non solo a proposito della sorte giudiziaria di Roberto Malini e Lisetta Sperindei, ma per ciò che rappresenta, vale a dire la possibilità o l’impossibilità, per una comunità, di difendere i propri diritti fondamentali e il proprio territorio senza paura.

