Ricordo di Milena Bonaparte, voce libera e coraggiosa di Pesaro

di Roberto Malini

La scomparsa di Milena Bonaparte lascia in Pesaro un vuoto difficile da misurare, impossibile da compensare. Ci lascia per sempre una giornalista di grande esperienza, una professionista rigorosa, attenta, scrupolosa, ma prima di tutto una voce capace di leggere la città nei suoi segni più profondi, dalle piazze alle pietre antiche, dagli edifici dimenticati alle ferite della storia, fino alle battaglie civili che spesso sembrano marginali e invece custodiscono l’identità e la memoria di una comunità. Milena aveva intuizioni rare. Possedeva quell’istinto per la verità che nasce, ben oltre il mestiere, da una forma particolare di onestà interiore. Sapeva riconoscere la notizia dove altri vedevano semplicemente una segnalazione, un appello, una protesta. Sapeva distinguere l’enfasi sterile dall’urgenza autentica. Le stratificazioni dell’informazione. E sapeva ascoltare. Per me è stata un’amica, anche se fra noi è sempre rimasto quel rispettoso distacco che deve esistere tra un ricercatore che è contemporaneamente un attivista e una giornalista. Ma Milena era speciale. Non confondeva mai la vicinanza umana con la rinuncia al proprio sguardo critico. Era partecipe, ma libera. Sensibile, ma rigorosa. Vicina, ma sempre, sempre, sempre giornalista. I suoi articoli sono stati determinanti in più occasioni. Hanno dato forza e visibilità agli appelli del Comitato Pesaro città d’arte e cultura e di EveryOne Group, contribuendo a suscitare attenzione istituzionale e interventi concreti. Penso, in particolare, alla “ragnatela” di piazza del Popolo, il disegno storico della pavimentazione legato alla grande stagione dei Della Rovere e alla memoria architettonica della città. Grazie anche alla sua informazione, alla precisione con cui ha saputo raccontare il valore di quei materiali e la necessità di preservarli, una parte importante di quell’eredità storica e culturale si è salvata. Quando passeggio accanto alla fontana di piazza del Popolo, alla “pupilla di Pesaro”, e sotto i miei piedi vi sono ancora i blocchi di pietra consumati dal tempo, non posso che pensare a lei. Milena ha seguito con attenzione anche il nostro impegno per il Complesso della Misericordia, che considerava giustamente uno dei capolavori architettonici di Pesaro, e per il San Benedetto, che chiamava “il nobile San Benedetto”. Aveva a cuore i beni culturali in pericolo o abbandonati perché capiva, sapeva che una città senza memoria perde anche il proprio futuro. Nei suoi articoli non c’era mai il compiacimento della denuncia fine a se stessa, ma il desiderio di rimettere in movimento una responsabilità collettiva, un flusso di partecipazione alla salvaguardia della città. Più volte avevamo parlato di scrivere insieme un libro su Pesaro. Una sorta di passeggiata, una promenade capace di collegare luoghi e personaggi, pietre e destini, bellezza e sacrificio. La Pesaro della generosità, delle vite appartate, della cultura che rischia di cancellarsi giorno dopo giorno sotto il peso dell’indifferenza, della fretta, della trasformazione senza memoria. Oggi mi sono accorto che l’ultimo messaggio che ci siamo scambiati su Facebook riguardava ancora quel progetto, in cui i nostri testi sarebbero stati corredati dalle fotografie di Fabio Patronelli e Steed Gamero, miei cari amici e fotografi che anche lei amava molto, le cui foto illustrano alcuni dei suoi articoli. Negli ultimi tempi Milena mi aveva scritto parole che oggi fanno ancora più male: “Quanto mi manca il lavoro che facevamo insieme…”. Raccontava la fatica della malattia, il desiderio di guarire, di ricominciare, di tornare al giornale. “Devo guarire, ricominciare, lavorare…”, scriveva. In quelle frasi c’era tutta lei, con la fragilità di un momento difficile e, insieme, l’amore profondo per la professione, per il lavoro quotidiano, per quella ricerca continua che il giornalismo autentico impone a chi lo vive come vocazione. Ho sperato a lungo che potesse riprendersi completamente e tornare a essere la meravigliosa giornalista che era, un’autentica interprete di Pesaro. Perché Milena non raccontava soltanto i fatti. Ne coglieva il colore, la luce, la temperatura umana. Sapeva che dietro ogni pietra salvata, ogni edificio difeso, ogni memoria restituita alla città, ci sono persone, responsabilità, scelte morali. Adesso Milena manca. Manca a chi le ha voluto bene, a chi ha lavorato con lei, a chi ha riconosciuto nei suoi articoli una forma di giustizia discreta ma tenace. Manca a Pesaro, anche se forse Pesaro lo capirà pienamente solo con il tempo. Nessuno è come lei. Nessuno ha il suo istinto per la verità, il suo coraggio quieto, la sua capacità di ascoltare le voci della città prima che diventino silenzio. Ciao Milena. Il libro su Pesaro non lo abbiamo scritto. Ma molte delle pagine più importanti, tu le avevi già cominciate.

Nella foto di Fabio Patronelli, all’interno del San Benedetto, Milena Bonaparte (a destra) con, da sinistra, Roberto Malini, Pier Roberto Renzi e Pierpaolo Loffreda

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