Sándor e Lola Márai, l’unione di due superstiti di una civiltà in frantumi

di Roberto Malini

Nella lunga vita di Sándor Márai, dietro la figura pubblica dello scrittore — il prosatore elegante, il testimone severo della borghesia mitteleuropea, l’esule irriducibile, l’autore riscoperto tardi dall’Europa — c’è una presenza quasi sempre indicata con una sola lettera: L. Quella lettera, nei diari di Márai, è Lola, nata Ilona Matzner, moglie, compagna, prima lettrice e sostenitrice, custode materiale e morale di un’esistenza attraversata da guerre, odio, persecuzioni, povertà, lutti e sradicamento. Per molti decenni Lola è rimasta nella penombra che la tradizione letteraria riserva spesso alle mogli degli scrittori, come figura indispensabile, ma laterale; vicinissima al centro dell’opera, eppure quasi invisibile. Oggi, grazie alla pubblicazione e allo studio dei suoi diari, quella penombra comincia lentamente a rischiararsi.¹

Lola apparteneva, come Márai, al mondo perduto di Kassa, oggi Košice, città di frontiera ricca di tradizioni culturali e religiose, dove convivevano ungherese, tedesco, slovacco, ebraismo borghese, cattolicesimo, commercio, giornalismo, memorie imperiali e inquietudini novecentesche. Era figlia di una famiglia ebraica colta; suo padre, Sámuel Matzner, era legato al mondo della stampa e al giornale Kassai Napló, importante anche per i primi passi giornalistici del giovane Márai. In quel dettaglio c’era già una trama abbozzata dal destino; il futuro scrittore, infatti, entrò nella vita pubblica attraverso un ambiente familiare che sarà poi investito dalla catastrofe europea. Prima che l’Europa corrompesse e distruggesse se stessa, Márai e Lola si incontrarono in quel mondo mobile e composito, ancora convinto che la cultura potesse essere una casa, che le lingue potessero coesistere, che la civiltà borghese fosse fragile, forse decadente e malata, ma non ancora condannata.

Si sposarono nel 1923. La loro unione durò più di sessant’anni, resistendo a molti giorni di tempesta attraverso una fedeltà aspra, quotidiana, mai priva di tensioni, infelicità, dipendenze reciproche, grida e silenzi, resistenza a ogni costo. Márai era un uomo difficile, spesso chiuso nella propria disciplina, nella propria malinconia e nella propria idea assoluta della letteratura. Lola gli rimase accanto senza dissolversi nell’ego marcatissimo di lui. Fu la donna che organizzò la vita, sopportò le partenze, condivise la precarietà, lesse, osservò, registrò. Non fu soltanto la moglie dello scrittore, ma il contrappunto segreto della sua opera, la testimone di ciò che l’opera lasciava fuori. Dove Márai costruiva forma, giudizio, memoria storica, Lola annotava la durata minuta delle giornate, le offese della povertà, la difficoltà delle relazioni, i corpi che invecchiavano, la paura, l’ostinazione dell’affetto.

Il Novecento entrò nelle loro vite come un fortunale distruttivo, spietato, atroce. Márai aveva conosciuto presto le fratture politiche dell’Ungheria postbellica, il Terrore Bianco, l’antisemitismo, le dittature opposte e complementari. Fu a Berlino, poi a Parigi, poi di nuovo a Budapest. Negli anni Trenta e Quaranta divenne uno degli scrittori più importanti della letteratura ungherese, ma il successo non lo mise al riparo dagli strali della storia. La sua indipendenza intellettuale, l’avversione a ogni totalitarismo, l’appartenenza a una civiltà liberale e borghese ormai sotto accusa lo resero progressivamente estraneo a tutte le forme dii poteri. Intanto, per Lola, la persecuzione antiebraica fu una presenza minacciosa e avvelenata, come una piaga familiare senza possibilità di guarigione. Il padre Sámuel Matzner fu deportato e morì ad Auschwitz nel 1944, nel tempo della distruzione degli ebrei ungheresi, quando centinaia di migliaia di persone vennero spinte nei ghetti, caricate sui treni e consegnate alla macchina dello sterminio.²

Quel lutto non appartiene solo alla biografia privata. È il punto in cui la storia europea entra nella casa dei Márai e la lacera. La famiglia di Lola, la comunità ebraica di Kassa, il tessuto civile da cui entrambi provenivano, furono colpiti da una violenza che sterminava individui e comunità, che cancellava mondi, culture, identità, generazioni. La deportazione del suocero di Márai significava la fine concreta di una genealogia, ma anche la distruzione simbolica di una classe, di una lingua comune, di un’idea di convivenza. La Shoah non è stata, nella vicenda di Sándor e Lola, un capitolo esterno, ma la frattura che separò per sempre un prima di speranza nella sofferenza da un dopo di memoria e pianto.

Eppure la guerra non fu l’unica forma della perdita. Dopo il nazismo venne il comunismo. Nel 1948 Márai e Lola lasciarono l’Ungheria. Fu un esilio scelto e imposto insieme. Scelto perché Márai rifiutava di sottomettersi al nuovo regime. Imposto perché restare avrebbe significato tradire la propria coscienza o ridursi al silenzio. L’esilio li portò in Italia, poi negli Stati Uniti, poi ancora in Italia, infine a San Diego. Napoli, Posillipo, Salerno, New York, San Diego… nomi che non compongono una geografia turistica, ma una topografia dello sradicamento. L’esule non cambia semplicemente città; perde il pubblico, la lingua condivisa, le abitudini, il riconoscimento. Perde ogni riferimento. Per uno scrittore come Márai, fedele in modo quasi religioso all’ungherese, l’esilio significò anche scrivere per lettori lontani, talvolta inesistenti, affidare l’opera a un futuro incerto.

La povertà dell’esilio fu sì economica, ma fu anche una povertà dell’essere, dell’appartenere a un luogo e a un popolo, del diritto di vivere. Alle difficoltà materiali lo scrittore cercò di sottrarsi attraverso lavori radiofonici, accettando compensi insufficienti, vivendo in stanze provvisorie, con il decoro da mantenere quando tutto invitava alla rinuncia. Ma non vi era via d’uscita dalla povertà intima e sociale. Márai, che aveva conosciuto la fama, conobbe il silenzio. La sua opera, proibita o ignorata nell’Ungheria comunista, scivolò lentamente fuori dal canone mondano. Continuò a scrivere, ma sempre più come chi deposita messaggi in una bottiglia. I diari di lui sono attraversati da una coscienza tragica; la sua letteratura racchiude spesso una forma estrema di resistenza negli anni in cui non gli garantì più denaro né gloria né patria. Accanto, Lola registrava l’altro lato della stessa sopravvivenza, oltre la formula dello scrittore, la fatica quotidiana e fin troppo concreta di far durare una vita.

In questo senso, i diari di Lola sono forse una delle promesse più importanti ancora aperte negli studi su Márai. Pubblicati in ungherese con il titolo Betűbe zárva, coprono gli anni 1948-1979 e contano circa 1700 pagine in due volumi. Non sono un semplice complemento sentimentale ai diari di Márai. Sono un archivio autonomo. È la cronaca di una donna che vede l’esilio dall’interno della casa, che osserva il marito senza mitizzarlo, che conosce la sua grandezza, ma anche le sue vulnerabilità, che misura ogni giorno la distanza tra l’opera e la vita.³ La diaristica femminile del Novecento ha spesso questa forza di correggere la monumentalità della storia con la precisione delle cose necessarie. Dove la storiografia tende a parlare di regimi, frontiere, correnti letterarie, Lola parla anche di malattie, denaro, solitudine, amicizie, stanchezza, attese, rancori, fedeltà. 

La loro unione fu dunque una forma di solidarietà attraverso un tempo dal corso non sempre uguale per velocità. Solidarietà reale, dettata da una convivenza sotto una pressione non sempre sopportabile. Márai scriveva contro la rovina della civiltà; Lola custodiva, giorno dopo giorno, le condizioni perché quella scrittura potesse continuare. Insieme attraversarono la persecuzione politica, le privazioni, i dolori e la lenta erosione dell’età. Nel 1986 Lola morì a San Diego. Márai ne fu devastato. La perdita della moglie, dopo più di sessant’anni di vita comune, lo lasciò quasi senza mediazione con il mondo. L’anno seguente morì anche il figlio adottivo János. A quel punto la vecchiaia di Márai divenne isolamento assoluto, cosmico. Nel 1989 si tolse la vita. La sua morte precedette di pochi mesi il crollo del sistema che lo aveva espulso dal proprio paese e dalla propria cultura.

La crudeltà della storia volle che la grande riscoperta arrivasse solo più tardi. Márai, dimenticato o letto da pochi, tornò progressivamente al centro dell’attenzione europea negli anni 1990, prima in Francia e in Italia, poi in molte altre lingue. Le braciLa donna giustaDivorzio a Buda, i diari, le memorie. Libri che sembravano appartenere a un continente scomparso cominciarono a parlare con forza nuova a un continente che aveva dimenticato troppo in fretta le proprie rovine. La sua prosa, aristocratica e febbrile, morale senza moralismo, apparve improvvisamente contemporanea. Márai era stato inattuale, indesiderato nel proprio tempo perché troppo fedele alla coscienza; divenne attuale e necessario proprio quando la fine delle ideologie totalitarie rese percepibile la sua solitudine.

Ma la riscoperta di Márai è ancora incompleta se non passa attraverso Lola. Non perché occorra ridurre lo scrittore alla sua biografia coniugale, ma perché la sua opera nacque dentro una relazione di vita che fu anche un dispositivo di memoria. Lola non è soltanto “la moglie di”. È una testimone della catastrofe mitteleuropea, una sopravvissuta alla Shoah familiare, una donna dell’esilio, una diarista che attende ancora di essere studiata fuori dai confini linguistici ungheresi con la stessa attenzione riservata ai grandi memorialisti del secolo. Nei suoi quaderni non c’è soltanto il dietro le quinte di un genio letterario. C’è il rovescio umano della letteratura, la sua base fragile, vera e concreta.

Scrivere oggi di Sándor e Lola Márai significa dunque raccontare una coppia, ma anche un continente e la crisi di una civiltà. La loro vicenda contiene l’Europa delle città multilingui, la borghesia colta, l’ebraismo assimilato e poi perseguitato, l’antisemitismo, Auschwitz, l’Armata Rossa, il comunismo, le armi, le fughe. E anche le pensioni modeste, le stanze d’esilio, le biblioteche perdute, la fedeltà a una lingua senza pubblico, la sopravvivenza ostinata della scrittura, i giorni e gli eventi di piccoli mondi legati a un universo molto più complesso. In loro la storia non è mai astratta, perché ha il volto di un padre deportato, di una moglie che annota, di uno scrittore che non torna, di un figlio adottivo perduto, di un vecchio che guarda l’oceano dopo avere gettato in mare le ceneri della compagna. Senza più lacrime né respiro.

Rimane, alla fine, la sola immagine di Márai e Lola nel ruolo di compagni e superstiti alla fine di una civiltà che non seppe salvare se stessa. Eppure, lo scrittore consegnò alle nuove generazioni una delle prove più alte di tutta la letteratura. Márai cercò nella forma letteraria una giustizia che la storia negava; Lola affidò al diario la verità delle opere e dei giorni, delle ferite e della resistenza domestica, dove gli spazi esigui di umili alloggi contenevano, tuttavia, l’intera tragedia contemporanea. L’uno e l’altra, insieme, mostrano che la cultura non salva sempre le vite, ma può salvare la testimonianza dell’essere, dell’agire e del pensare. No, non impedisce la deportazione, l’esilio o la povertà; però impedisce che tutto venga inghiottito dai gorghi del silenzio e della dimenticanza. Per questo la riscoperta di Márai non dovrebbe fermarsi alla dimensione sublime dello scrittore. Deve spingersi fino a Lola, alla sua voce trattenuta, alla sua memoria ancora in parte chiusa nelle lettere, nei quaderni, negli archivi. Solo allora la storia sarà meno ingiusta. Meno ingiusta nei confronti di una donna coraggiosa e sentimentale, meno ingiusta verso l’intera civiltà perduta che attraverso di lei continua, sommessamente, a comunicarci il suo percorso.

Nella foto, Lola e Sándor Márai

Note

¹ Matzner Ilona, detta Lola, fu indicata spesso da Sándor Márai nei propri diari con la sola iniziale “L.”. La pubblicazione dei suoi diari, Márai Ilona, Betűbe zárva, a cura di Anna Ötvös e altri, Helikon, Budapest, 2022, ha aperto una fase nuova negli studi sulla sua figura. Le fonti ungheresi ricordano che Lola fu compagna di Márai per sessantadue anni e che i suoi diari conservati documentano soprattutto il periodo dell’emigrazione.

² Sulla sorte di Sámuel/Samuel Matzner, padre di Lola, le fonti memoriali lo indicano come morto ad Auschwitz nel giugno 1944. Il dato va collocato nel contesto delle deportazioni degli ebrei ungheresi del 1944, durante le quali circa 440.000 persone furono deportate, in gran parte ad Auschwitz-Birkenau, sotto direzione tedesca e con la collaborazione delle autorità ungheresi.

³ I diari di Lola pubblicati in Betűbe zárva coprono gli anni 1948-1964 e 1965-1979, in due volumi di complessive circa 1700 pagine. La curatela di Anna Ötvös ha segnalato che Lola aveva scritto anche diari precedenti, ma la loro sorte non è certa. Questo rende la documentazione esistente insieme preziosissima e incompleta. Non si tratta di un semplice apparato biografico a Márai, ma di una fonte autonoma sulla vita dell’esilio, sulla quotidianità della coppia e sulla percezione femminile della storia.

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