di Roberto Malini
Qualche mese fa avevo scritto ad Alan Garber, presidente di Harvard, per esprimere la mia solidarietà all’Università in un momento particolarmente difficile, segnato dallo scontro con l’amministrazione federale e dalle accuse di antisemitismo. Gli avevo scritto da persona che da molti anni lavora sulla memoria della Shoah e sui diritti umani, convinto che la lotta contro l’antisemitismo debba essere rigorosa e senza compromessi, proprio per questo mai trasformata in uno strumento di pressione politica. Garber mi rispose personalmente, ringraziandomi per avergli raccontato il mio lavoro e dicendomi che il mio sostegno significava molto per lui e per Harvard. È nato così un piccolo rapporto epistolare, semplice ma per me molto significativo, fondato su una evidente stima reciproca e sulla condivisione di alcuni valori essenziali: libertà della ricerca, indipendenza della cultura, tutela delle minoranze e responsabilità delle istituzioni. Quando, pochi giorni fa, è arrivata la decisione del giudice federale favorevole ad Harvard nella causa promossa dal governo, ho scritto nuovamente a Garber per congratularmi. Gli ho ricordato quanto considero importante difendere insieme la sicurezza e la dignità degli studenti ebrei e l’autonomia dell’Università, affidando questioni così delicate alle prove e al diritto. Mi ha risposto ancora, con grande cortesia, soddisfatto dell’esito della vertenza e ringraziandomi del supporto costante. Per ora, dunque, un lieto fine. E anche una piccola soddisfazione personale. Da Pesaro a Cambridge, Massachusetts, a volte bastano una lettera scritta con sincerità e alcune idee profondamente condivise perché si stabilisca un dialogo. In tempi di muri e contrapposizioni, sapere che dall’altra parte dell’Atlantico qualcuno ascolta e risponde conserva per me un valore particolare.

