di Roberto Malini
La morte di Harald V di Norvegia ci colpisce con particolare tristezza. Se ne va un sovrano che, nell’Europa contemporanea, ha saputo interpretare il proprio ruolo non soltanto come rappresentanza della nazione, ma come richiamo alla dignità, alla solidarietà e alla convivenza fra persone diverse. Con Harald V abbiamo condiviso, molti anni fa, un passaggio importante della nostra attività per i diritti umani. Tra il 2011 e il 2012 EveryOne Group promosse una mobilitazione internazionale per Azad Hassan Rasol, giovane gay iracheno che rischiava di essere espulso dalla Norvegia e rimandato in un Paese nel quale la sua identità sessuale avrebbe potuto esporlo a persecuzioni gravissime. La giustizia norvegese aveva riconosciuto il pericolo, arrivando tuttavia alla terribile conclusione che Azad avrebbe potuto tornare in Iraq purché vivesse la propria omosessualità con “discrezione”. Ci rivolgemmo direttamente a re Harald, al governo norvegese, al Comitato del Nobel per la pace, alle Nazioni Unite e alle istituzioni europee, costruendo insieme ad altre organizzazioni una rete internazionale perché Azad non fosse deportato. Era una battaglia per una persona, ma anche per il principio universale secondo cui nessun essere umano dovrebbe essere costretto a nascondere ciò che è per restare vivo.
Negli anni successivi Harald V avrebbe dato a quel principio parole destinate a rimanere. Nel celebre discorso del 2016 nel parco del Palazzo reale ricordò che la Norvegia è fatta anche di “girls who love girls, boys who love boys”, insieme a persone di religioni, origini e condizioni differenti. E concluse esprimendo la speranza che i norvegesi continuassero a prendersi cura gli uni degli altri, costruendo il Paese sulla fiducia, sulla comunità e sulla generosità. Non era una semplice concessione alla modernità. Era un’idea della nazione: nessuno è estraneo alla comunità per ciò che ama, per ciò in cui crede o per la propria provenienza. Anche dopo il terrorismo del 22 luglio 2011 Harald seppe parlare al Paese senza trasformare il dolore in odio, contrapponendo alla violenza il valore di una società aperta e solidale.
È questa la grandezza civile che oggi desideriamo ricordare. In un tempo nel quale i diritti umani vengono nuovamente messi in discussione, i rifugiati sono spesso considerati un problema e le minoranze tornano a essere bersaglio della paura e della propaganda, la sua voce conserva un significato particolare. Oggi partecipiamo al lutto della Norvegia e salutiamo con riconoscenza Harald V. Un re può essere ricordato per la durata del suo regno, per le cerimonie o per le pagine della storia. Harald merita di essere ricordato soprattutto per avere detto, dalla posizione più alta dello Stato, che una nazione appartiene a tutti coloro che la compongono e che la prima responsabilità di una comunità è prendersi cura delle persone. È un’eredità civile più preziosa di qualsiasi scettro e di qualsiasi corona.

