Conversazione con Jacob Vassover, l’artista degli shtetl sopravvissuto alla Shoah

di Roberto Malini

A Trani, dal 18 luglio al 12 settembre 2024, una mostra incentrata sull’artista e sull’arte yiddish salvata dalle ceneri della persecuzione

Nel 2006 ho chiesto al pittore yiddish, testimone della Shoah, Jacob Vassover di rispondere ad alcune domande e ho pubblicato in un blog dedicato all’arte del 1900 le sue risposte. Il grande artista, le cui opere sono accolte nei più importanti musei memoriali della Shoah, nacque a Lodz, in Polonia, l’1 marzo 1926. Ha vissuto in Israele fino alla morte, sopravvenuta nel 2008. Era l’ultimo rappresentante dell’arte yiddish, la pittura degli shtetl, fatta di luce e colore puri, splendida come la Shekinah – la manifestazione dello spirito divino – e innocente come una mitzvah, una buona azione. “È difficile dire se l’arte yiddish avrà un futuro,” mi ha detto in un’altra occasione l’artista ottantenne, “perché gli eredi di quella cultura quasi distrutta dal nazismo sono pochi e la maggior parte dipinge come se raccontasse delle storie. Io no. Dipingo come si dipingeva nella mia Polonia; dipingo osservando un mondo che è rimasto dentro di me, nella mia memoria. L’arte yiddish deve essere oggi pittura della memoria. La missione della mia vita d’artista è dipingere il mondo che c’era. Io vivo nel mio tempo, ma la mia anima è nel passato, quando a Lodz vivevano decine di migliaia di ebrei”. Jacob è fra gli artisti più importanti del nostro tempo, erede di una cultura che il nazismo ha cercato di cancellare. Vide i suoi familiari, i suoi amici cadere nelle mani dei carnefici e subire un destino atroce. L’arte yiddish, prima che la popolazione ebraica di Lodz fosse in gran parte ridotta in cenere, celebrava la vita, la gioia, l’amore, la preghiera. Oggi celebra la memoria. Per restituirci il ricordo di un mondo perduto, Jacob Vassover è scampato alla più feroce persecuzione. Di 250.000 ebrei che vivevano a Lodz prima della Seconda guerra mondiale, meno di 10.000 sono sopravvissuti. Dopo cinque anni nel ghetto, Jacob fu deportato ad Auschwitz-Birkenau, quindi in una fabbrica a Braunschweig. Poco prima della Liberazione, nonostante fosse in condizioni fisiche quasi disperate, dovette affrontare una lunga marcia della morte, nel corso della quale i suoi compagni morivano uno dopo l’altro. “Valevamo meno dei topi,” ricorda, “e io sopravvivevo pensando a un pezzo di pane. Il pensiero di quel pezzo di pane era il filo che mi legava alla vita”. Il cibo e i ricordi. “Sì, i volti ebraici, i luoghi dove ero cresciuto: sinagoghe, strade, negozi, scuole. Quei cari volti apparivano e appaiono ancora oggi nella mia mente, in continuazione”.

Arte semplice come una preghiera

– Buongiorno Jacob, grazie per aver accettato questa chiacchierata. Puoi raccontarci un po’ della tua vita a Lodz e dei tuoi ricordi degli shtetl?

– Buongiorno, è un piacere parlare di quei ricordi. La mia vita a Lodz era molto diversa prima della guerra. Era una città vivace con una grande comunità ebraica. Con mio padre, spesso visitavamo un vicino shtetl, un piccolo villaggio ebraico. Era un luogo speciale, con un’atmosfera di semplicità e devozione che mi ha sempre affascinato.

– Parlami di queste visite. Cosa ti colpiva di più?

– Ogni visita era un’esperienza unica, che mi emozionava profondamente. Nel 1938 avevo dodici anni ed entrare nello shtetl, per me, era come entrare a far parte di una fiaba. Parlavo con i portatori d’acqua, gli allevatori, l’orologiaio e gli studenti. Imparavo da loro uno stile di vita semplice ma ricco di significato. Mi colpiva la loro capacità di vivere in armonia con la natura e con gli altri, nonostante le difficoltà quotidiane. Mi ricordo il rabbino, che tutti consultavano e che mi appariva come un mago, come un gigante. Quelle esperienze hanno influenzato profondamente la mia arte.

– Come descriveresti la vita nello shtetl?

– La vita nello shtetl era basata su valori tradizionali e una forte comunità. Le persone erano legate da un profondo senso di solidarietà e fede. Ogni evento, dalla nascita alla morte, era condiviso e celebrato insieme. C’era una magia in quell’unità, qualcosa che ho cercato di catturare nei miei dipinti.

– Già, la tua arte… a me basta scorgere per un attimo un tuo dipinto per esclamare: “Ecco un Vassover!”. Dopo essere sopravvissuto ad Auschwitz-Birkenau, hai iniziato a dipingere scene di rabbini, violinisti sul tetto, gruppi klezmer e animali dello shtetl. Un mondo che è sempre rimasto vivo in te…

– Sopravvivere all’orrore di Auschwitz ha rafforzato in me il desiderio di preservare la memoria di quel mondo scomparso. Dipingo i rabbini, i violinisti e gli animali come li ricordo, ma spesso li rappresento in modo onirico, con persone e oggetti che volano o camminano tra le nuvole. Fuggono insieme, verso nuove terre, portando con sé i loro poveri beni e gli oggetti sacri. Quel volo rappresenta la precarietà della vita ebraica tra pogrom ed espulsioni, ma anche la volontà incrollabile di stare insieme e mantenere vivi i valori della comunità.

– I tuoi dipinti sono più stilizzati, rispetto a quelli di Chagall, eppure vi sono diversi elementi che vi accomunano…

– Chagall ha conosciuto come me il mondo degli shtetl e come me ha fantasticato sui romanzi e i racconti di Sholem Aleichem, uno dei padri della moderna letteratura yiddish. Il musical “Il violinista sul tetto” è tratto da uno dei suoi libri. Anche Chagall mescolava il reale e l’immaginario per creare immagini potenti e poetiche. È l’arte yiddish, pura come una preghiera, fatta di semplicità, di simboli e colori vivaci che evocano emozioni e ricordi. Ogni nostro dipinto è, in realtà, una preghiera e nello stesso tempo un atto d’amore verso il nostro popolo.

– Cosa percepisce chi ammira i tuoi dipinti?

– Ho ascoltato tanti amanti dell’arte esprimere un parere sui miei dipinti, quelli con gli “omini degli shtetl” e i ritratti di rabbini. Direi che i miei quadri trasmettono un senso di nostalgia e rispetto per un modo di vivere che non esiste più, ma anche di gioia, la gioia degli ebrei che si contentavano di poco per essere felici. Vorrei che le persone capissero la bellezza della semplicità e della comunità che ho conosciuto nello shtetl. E, soprattutto, voglio che ricordino le vite e le culture perdute nella Shoah, affinché non siano mai dimenticate.

– Grazie, Jacob, per aver condiviso la tua storia e la tua arte con me e i miei pochi lettori. Hai un messaggio da comunicare a chi leggerà questa breve intervista?

– Sì, vorrei dire che, nonostante le tragedie e le perdite, è importante ricordare e celebrare la bellezza e la forza della nostra eredità culturale. La memoria è il nostro ponte verso il futuro, e attraverso l’arte possiamo mantenere vivo ciò che è stato distrutto.

Nelle foto, due dipinti di Jacob Vassover

A Trani, dal 18 luglio al 12 settembre 2024, una mostra incentrata sull’arte di Jacob Vassover e degli shtetl (vedi locandina).

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