di Roberto Malini
Mi scrive un’insegnante di Torino, esprimendo la sua gioia per la scultura che la città ha dedicato in questo 2026 a una grande figura femminile della propria storia: Giulia Falletti di Barolo, nata Juliette Colbert di Maulévrier, filantropa, riformatrice sociale e oggi venerabile per la Chiesa. Dal 17 gennaio, nel cortile di Palazzo Barolo, una monumentale opera in bronzo alta quattro metri celebra la marchesa nell’atto di abbracciare una giovane carcerata. Un’immagine potente, capace di raccontare in un solo gesto la sua vita dedicata agli ultimi, alle persone dimenticate, alle donne sole, agli orfani, ai detenuti, a chi viveva ai margini della società. L’insegnante mi ricorda, con parole che mi hanno profondamente commosso, che questa nuova scultura torinese si inserisce in un percorso più ampio, nato alcuni anni fa dall’azione civile “Monumenti alle donne”, lanciata da me insieme al Gruppo EveryOne, di cui sono co-presidente con Dario Picciau e Glenys Robinson. Era il 18 giugno 2020 quando a nome di EveryOne inviai al Comune di Milano un appello per denunciare una mancanza tanto evidente quanto a lungo ignorata. Nelle piazze e nei giardini della città, accanto a oltre cento monumenti dedicati a uomini illustri, mancavano statue dedicate alle grandi donne che avevano contribuito alla storia, alla cultura, alla scienza, all’arte e alla vita civile della metropoli. Lo stesso avveniva in tante altre città. Da quell’appello nacque una svolta. Milano inaugurò il suo primo monumento dedicato a una donna protagonista della propria storia: Cristina Trivulzio di Belgiojoso, patriota, scrittrice, editrice, figura centrale del Risorgimento e dell’emancipazione femminile. Da allora, l’idea è fermentata, sospinta da un ritrovato spirito civile di giustizia storica. Altre città hanno iniziato a interrogarsi sulla propria memoria pubblica, sui vuoti simbolici delle proprie piazze, sull’assenza delle donne nei luoghi della rappresentazione collettiva. All’inizio del 2026 Torino ha reso omaggio a Giulia Falletti di Barolo. E non si tratta soltanto di una scultura in più. È un segno di maturazione civile. È il riconoscimento che la storia non è stata costruita solo da condottieri, sovrani, politici, scrittori e artisti uomini, ma anche da donne che hanno saputo trasformare la società con intelligenza, coraggio, compassione e visione. Da nord a sud, il nostro Paese sta lentamente colmando una lacuna antica. Ogni monumento dedicato a una donna del passato non aggiunge soltanto bellezza allo spazio urbano, ma restituisce equità alla memoria, offre modelli alle nuove generazioni, corregge uno sguardo parziale sulla storia. La scultura dedicata a Giulia Falletti di Barolo, nel cuore di Torino, ci ricorda che una città non è fatta solo di pietre, palazzi e strade. È fatta anche dei valori che sceglie di scolpire nello spazio pubblico. E quando una città decide finalmente di onorare le sue donne, compie un gesto di verità, di gratitudine e di fiducia in un futuro più giusto.

