René Bokoul, in mostra a Saint Junien una serie di opere dipinte con lo zucchero

La potenza di un’opera d’arte è sempre il frutto di un percorso. Non nasce esclusivamente da una tecnica, da un’intuizione improvvisa o da un materiale inatteso. Nasce da una crescita, da una fedeltà, da un processo creativo necessario. È questo che ci emoziona quando restiamo incantati davanti a un dipinto, una scultura, un disegno, un brano musicale, una poesia. Sentiamo che l’opera non è un oggetto isolato, ma la conseguenza viva di una storia.

René Bokoul, artista congolese di lunga esperienza internazionale, presenta alla Halle aux grains di Saint-Junien, in Francia, una nuova serie di opere realizzate con una tecnica sorprendente: la pittura allo zucchero. È una scelta che sorprende, suscita curiosità e che ha origine, in realtà, da una ricerca profonda sulla materia, sulla luce e sulla trasformazione.

Bokoul non usa lo zucchero come espediente decorativo. Lo introduce nella pittura come sostanza viva, fragile, cristallina, capace di modificare la superficie dell’opera e di darle un rilievo inatteso. Lo zucchero riflette la luce, la trattiene, la scompone. A seconda dell’inclinazione dello sguardo, la tela cambia presenza. La pittura sembra respirare attraverso piccole vibrazioni minerali, come se il colore avesse trovato un secondo corpo.

«Quando ero in Africa non avrei mai pensato di usare lo zucchero», racconta l’artista. «Era un ingrediente prezioso, non ne avevamo molto. Qui invece ne ho in casa, perché ne consumo poco. Ho scoperto che questa sostanza cristallina, che rende più gradevole il gusto degli alimenti, può anche dare piacere allo sguardo, creando rilievo e brillantezza nelle mie tele».

Nato a Brazzaville, nella Repubblica del Congo, Bokoul è cresciuto artisticamente nella tradizione della scuola di Poto-Poto, una delle esperienze più importanti dell’arte africana del Novecento. Fin da giovanissimo ha appreso il valore del ritmo, della linea, della sintesi figurativa, del colore come struttura portante dell’immagine. Ma la sua opera non si è mai fermata alla ripetizione di uno stile. Al contrario, ha sempre cercato nuove dimensioni del dipingere, nuove superfici, nuovi modi di far convivere memoria africana e sensibilità contemporanea.

Lo seguo da molti anni, non solo come artista, ma come amico. E ogni volta resto a mia volta rapito da una sua nuova opera, da una nuova mostra, da un nuovo scarto del suo linguaggio. C’è in lui una fedeltà rara alla pittura, ma anche una necessità continua di metterla alla prova. René Bokoul continua una tradizione senza fermarsi entro confini definiti, ma attraversandola come un territorio fertile, da cui far nascere forme vive e nuove, sospese fra mito, archetipo e sogno.

Le opere esposte a Saint-Junien si ispirano in gran parte ai paesaggi della sua Africa natale. Foreste, villaggi, figure, architetture interiori, memorie collettive e personali affiorano in composizioni che alternano colori accesi e superfici più monocrome, talvolta dominate da gamme nere, altre volte percorse da cromatismi intensi e quasi musicali. In alcune tele lo zucchero simula una neve impossibile su scene africane, creando uno slittamento poetico tra geografie lontane. In altre, la sostanza cristallina accentua la vibrazione dei paesaggi, facendo emergere la luce come da sotto la superficie tesa del quadro.

Bokoul ha chiamato questa esposizione France, Arc-en-ciel (Francia, Arcobaleno). Il titolo ha per lui un significato personale e storico. Durante la Seconda guerra mondiale, il generale de Gaulle trovò rifugio a Brazzaville, che divenne capitale della Francia libera. «Noi siamo sempre stati francesi fino al 1960, anno dell’indipendenza», ricorda l’artista. «Oggi, esponendo in altri Paesi d’Europa, rappresento la Francia».

È un’affermazione che dice molto del suo percorso. Bokoul porta con sé l’Africa, ma la sua pittura non appartiene a una sola geografia. È africana, europea, migrante, spirituale, sperimentale. È una pittura dell’attraversamento. I suoi quadri non cancellano la distanza tra i mondi, la rendono visibile. E proprio per questo la trasformano in linguaggio.

La tecnica allo zucchero è l’esito più recente di questa ricerca. L’artista può colorare la materia o utilizzarla bianca, lasciando che il rilievo agisca sulla superficie come una trama luminosa. Il risultato non è soltanto ottico, ma tattile. La tela sembra chiedere allo spettatore di guardare più attentamente e in profondità, di accorgersi della sua ricchezza, delle sue concrezioni e delle sue vibrazioni.

Alcune opere sono di grande formato, perché lo spazio della Halle aux grains lo consente. Altre sono più raccolte, ma ugualmente intense. In tutte si avverte la volontà di non separare la bellezza dallo studio del mondo. René Bokoul è un artista che ha conosciuto la perdita, l’esilio, la precarietà, ma anche la capacità di ricominciare. La sua pittura non indulge in un pianto fermo. Trasforma invece la ferita in squarcio di luce, il ricordo in colore inatteso, la materia povera in epifania.

La mostra alla Halle aux grains di Saint-Junien è quindi più di una tappa espositiva. È il segno di una maturità creativa che continua ad aprirsi. Bokoul conferma di essere un artista capace di condurre la pittura oltre la stessa tecnica, verso una zona in cui materia, contemplazione, rimembranza e luce si incontrano. Lo zucchero, fra le sue mani, non edulcora la realtà, ma la rende più brillante, più fragile, più autentica, pronta per essere riscoperta.

René Bokoul – France, Arc-en-ciel
Halle aux grains
Ville de Saint-Junien, France
Mostra visibile a partire dal 2 giugno.

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