di Roberto Malini — foto di Steed Gamero
Da anni il discorso pubblico sui cosiddetti “campi rom” procede quasi sempre lungo una sola direzione, che è quella di superarli, cancellarli, chiuderli. Se è vero che gli insediamenti formali o informali sono stati spesso colpiti da segregazione, povertà, esclusione scolastica, marginalità sanitaria, degrado imposto, è tuttavia importante analizzare le ragioni che hanno condotto a tale stato di disagio e di umiliazione, caratterizzato sempre dall’assenza di diritti e di opportunità reali di partecipazione alle società. È una condizione che, se spiegata da chi, invece, gode di quanto dispone la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, rischia di trasformarsi in una semplificazione ingiusta, in un alibi per politiche oppressive e spesso persecutorie. Perché i campi non sono stati soltanto il prodotto di politiche sbagliate; in molti casi sono stati anche il tentativo, da parte di comunità rom, di salvare una forma di vita collettiva, familiare, solidale, fondata su valori di comunità, cioè sulla coesistenza di più nuclei parentali capaci di sostenersi, proteggersi e tramandare memoria, lingua, mestieri e tradizioni.
L’Europa istituzionale, le amministrazioni locali e gran parte del mondo associativo hanno spesso letto questi insediamenti solo come luoghi da smantellare. Non hanno voluto o non hanno saputo comprendere che molte famiglie rom non chiedevano di essere relegate in periferie senza acqua, senza servizi, senza luce sicura, senza trasporti e senza rispetto. Chiedevano piuttosto di poter vivere insieme, secondo un modello comunitario, sobrio, sostenibile, fondato sul riuso dei materiali, sull’autocostruzione, sulla prossimità familiare, sulla ricerca di lavoro nelle città scelte e sulla valorizzazione di attività tradizionali, fra cui spettacoli di strada, riparazione di strumenti, artigianato, pastorizia, giardinaggio, sartoria, commercio minuto.
Il dramma è che questa aspirazione è stata sistematicamente tradita. L’emarginazione, l’intolleranza, il razzismo amministrativo e sociale hanno trasformato luoghi potenzialmente comunitari in spazi di abbandono. I rom sono stati spinti ai margini delle città, spesso accanto a discariche, strade ad alto traffico, aree industriali, zone inquinate o idrogeologicamente fragili. Poi si è detto che quei luoghi erano degradati e che, dunque, andavano cancellati. Si è confusa la cultura della comunità con la segregazione prodotta dalle istituzioni.
Negli ultimi decenni, la politica degli sgomberi ha aggravato questa frattura. In molte città europee, e in particolare in Italia, si sono susseguite operazioni di evacuazione senza reali alternative sociali. Famiglie vulnerabili sono state lasciate in strada in ogni stagione; moltissimi adulti denunciati e allontanati con fogli di via; persone malate, anziane, bambini e donne sole hanno subito traumi profondi. In alcune fasi, la paura della sottrazione dei minori ha spinto centinaia di famiglie a rientrare nei Paesi di origine, prevalentemente in Romania, o a disperdersi altrove. Invece di produrre inclusione, la cancellazione dei campi ha spesso prodotto invisibilità, precarietà, frammentazione, nuove povertà.
Attivisti e studiosi nonché amici fraterni come Ian Hancock, Grattan Puxon, Viktória Mohácsi, Fabrizio Casavola, Catherine Raffait, Marcel Courthiade, insieme al nostro Gruppo EveryOne e ad altre realtà indipendenti, hanno cercato a lungo di portare in Europa una verità scomoda. Non si possono difendere i diritti dei rom senza ascoltare i rom. Non si può decidere dall’alto quale sia la loro forma legittima di abitare. Non si può chiamare “inclusione” un processo che distrugge reti familiari, disperde comunità e costringe individui isolati a misurarsi con un mercato abitativo e lavorativo che spesso continua a respingerli.
Oggi si giustifica la piaga degli sgomberi definendo gli insediamenti distrutti come “campi istituzionali monoetnici”, che sarebbero stati creati dalle amministrazioni sulla base di una “teoria nomade”. Nella realtà, le comunità rom e sinte hanno sempre partecipato alla nascita e allo sviluppo dei campi e in diversi casi dovremmo considerare “illuminate” le istituzioni locali che hanno consentito la creazione dei luoghi in cui tali comunità hanno realizzato il modello di vita comunitario che immaginavano, salvo poi confrontarsi, come è spesso avvenuto nei secoli, con discriminazione e rifiuto. Si sono così consolidati gli stereotipi, lo stigma e la repressione. Cosa sarebbe accaduto se, invece, si fosse riconosciuto il valore della libera scelta e dell’autogestione, sostenendolo con servizi, riconoscendo i diritti, rafforzando via via cambiamenti virtuosi in un rapporto dignitoso con la città? L’alternativa non avrebbe dovuto essere fra campo abbandonato a se stesso e dispersione forzata. Avrebbe dovuto essere una terza via, con aree comunitarie dignitose, microvillaggi, soluzioni abitative plurali, spazi di convivenza familiare e culturale, accesso a scuola e sanità, regolarizzazione, lavoro, rispetto.
L’Unione europea ha promosso strategie per l’inclusione dei rom, ma troppo spesso le politiche concrete hanno ignorato la complessità delle loro vite. Hanno parlato di superamento dei campi senza chiedersi che cosa sarebbe stato distrutto insieme ai campi. Hanno visto solo degrado, non la solidarietà che sopravviveva dentro il degrado, le tradizioni e la memoria storica conservate con coraggio e spirito di resilienza. Hanno visto solo baracche, non l’intelligenza del riuso, l’autonomia costruttiva, la capacità di abitare con un impatto minimo sulle risorse. Hanno visto solo marginalità, non una coscienza e una cultura collettive.
Negli ultimi due decenni, quando si affermava la convinzione che “superare i campi” fosse necessario, una parte della società civile —purtroppo inascoltata — ha posto una serie di domande cruciali: superarli come? Con quali alternative? Con quale ascolto? Con quale tutela delle famiglie, dei bambini, degli anziani, dei malati? Con quale riconoscimento della cultura rom, anche di quella realmente popolare, ricchissima di elementi ancestrali che progressivamente si stanno perdendo? Se “superare” significa cancellare, disperdere, assimilare, togliere voce e rendere invisibili, allora non è inclusione. È un’altra forma di violenza.
I campi rom, se liberati dalla segregazione imposta e dalla miseria prodotta dalle politiche pubbliche, avrebbero potuto insegnarci come vivere in comunità, come consumare meno, come ricostruire legami, come dare valore alla famiglia estesa, alla memoria, all’aiuto reciproco. Come trasmettere alle nuove generazioni esperienza e civiltà. Invece l’Europa ha preferito leggere quel mondo come un problema da rimuovere, cancellando i campi anziché il razzismo, la povertà imposta, la persecuzione e l’ipocrisia di politiche che parlano di inclusione mentre distruggono comunità. Solo dopo aver cambiato strada, iniziando a rapportarsi con le comunità rom indigenti e tuttora escluse, si potrà dire di avere davvero ascoltato tutto il popolo rom, anche quello che da secoli è capace di vivere senza ascoltare il richiamo dell’avidità, dell’arroganza, del consumo a tutti i costi, dell’indifferenza. Quello che guardiamo troppo spesso con disprezzo e allontaniamo brutalmente dalle nostre città, incapaci di cogliere il suo spirito indomito e sempre vicino a quel mondo naturale da cui ci siamo rabbiosamente staccati, ma da cui dipenderà sempre la nostra stessa esistenza.

