di Roberto Malini
Alberto Manzi non fu soltanto il volto televisivo di Non è mai troppo tardi, il maestro che insegnò a leggere e a scrivere a un milione e mezzo di italiani. Fu, più profondamente, un difensore della civiltà, di quella civiltà necessaria e indispensabile che comincia quando una persona ridotta ai margini riceve una parola, una matita, una prima risposta e, con essa, la possibilità di comprendere il mondo per non subirne l’ingiustizia. Nato a Roma nel 1924, cresciuto in una famiglia popolare, Manzi portò nella scuola l’idea semplice e rivoluzionaria che nessuno è perduto se qualcuno è disposto ad ascoltarlo e sostenerlo. Lo capì giovanissimo, quando si trovò a insegnare nel carcere minorile Aristide Gabelli, davanti a ragazzi che la società aveva già classificato come irrecuperabili. Non aveva banchi, libri, strumenti; aveva però immaginazione, rispetto, coraggio. Da quell’esperienza nacquero fiducia, scrittura, teatro e perfino un giornalino dei ragazzi detenuti. Per Manzi educare significava restituire voce a tutti. La stessa convinzione lo accompagnò nella scuola pubblica, nei viaggi in America Latina, nell’impegno contro l’analfabetismo e le oppressioni. Là dove l’ignoranza veniva usata per rendere i poveri più ricattabili, Manzi insegnò anche clandestinamente, pagando di persona. Per lui leggere e scrivere erano gli strumenti fondamentali per conquistare libertà e dignità. Quando arrivò in televisione, nel 1960, non trasformò la scuola in spettacolo, ma fece dello schermo la porta sempre aperta di una scuola di conoscenza e di vita. Disegnava, parlava, interagiva più che interrogare. E con la sua sensibilità umana, rendeva visibile il pensiero. Milioni di adulti, spesso umiliati da emarginazione e vergogna, trovarono in lui un maestro in cui confidare. Un uomo capace di condividere la difficile impresa di alfabetizzarsi. Ripeteva il suo “non è mai troppo tardi” senza farne un motto privo di valore, ma affidandogli una voce irriducibile di speranza. Manzi resta necessario ancora oggi, perché la scuola del nostro tempo rischia di smarrire la sua missione più alta, riducendosi a procedure, voti, burocrazia, prestazioni. Ci ricorda che insegnare non è addestrare, ma accendere intelligenza, curiosità, coscienza e anima. Non è selezionare chi ce la fa, ma costruire le condizioni perché ciascuno possa farcela e possa crescere. Per queste ragioni Alberto Manzi appartiene alla storia civile del Paese. È stato educatore, scrittore, attivista e amico della libertà, spesso considerato scomodo. Ma ogni scuola che voglia essere democratica ha ancora bisogno del suo esempio, ha ancora necessità di credere che non esista un “tardi” per nessuno. Cultura vera contro vuote nozioni, valori veri contro l’ingiustizia che si annida ovunque, fiducia in chi si sente debole e isolato, pratica come conoscenza e conoscenza come emancipazione. In tempi di nuove povertà educative, Manzi ci dice ancora che una società si salva quando i maestri svolgono un servizio prezioso per la società e scelgono di insegnare sempre, anche quando il vento soffia in senso contrario rispetto alla conoscenza e alla libertà.

