Nobel per la Fisica 2026 a Francis Halzen, l’uomo che ha consegnato all’astronomia un nuovo senso

di Roberto Malini

Nel 1973, a tredici anni, scrivevo: «Fusione nucleare, elio, neutrini / come balocchi in mano a dei bambini». Non era naturalmente una previsione scientifica. Mi inquietava, già allora, il divario fra la potenza delle scoperte e la maturità con cui l’umanità sceglie di utilizzarle. Troppo spesso una conquista della conoscenza finisce per essere piegata alla guerra, al dominio o semplicemente al profitto. Eppure quelle tre parole che avevo accostato in un verso — fusione, elio, neutrini — appartenevano davvero allo stesso grande racconto della fisica delle stelle. Più di mezzo secolo dopo, il Nobel per la Fisica 2026 è stato assegnato a Francis Halzen, fisico di origine belga che lavora all’Università del Wisconsin-Madison, per i suoi contributi decisivi a IceCube, il gigantesco osservatorio di neutrini costruito nel ghiaccio dell’Antartide. Ed è un premio che celebra una delle avventure scientifiche più affascinanti del nostro tempo.

I neutrini sono particelle quasi senza peso e senza carica elettrica, capaci di attraversare la materia quasi indisturbate. Miliardi di essi attraversano continuamente il nostro corpo e l’intero pianeta senza che ce ne accorgiamo. Proprio questa loro indifferenza alla materia li rende difficilissimi da catturare, ma anche messaggeri straordinari, perché possono raggiungerci dall’interno di regioni cosmiche dalle quali la luce non riesce a uscire oppure viene profondamente alterata lungo il viaggio. Per intercettarli, IceCube utilizza un volume immenso di ghiaccio antartico, disseminato di migliaia di sensori posti fino a chilometri di profondità. Quando, rarissimamente, un neutrino interagisce con la materia, produce particelle che lasciano nel ghiaccio un lampo caratteristico. Da quella debole traccia è possibile ricostruire energia e direzione del neutrino e, in alcuni casi, risalire alla regione dell’Universo dalla quale è arrivato.

È qui che il lavoro di Halzen ha cambiato la storia dell’astronomia. IceCube ha dimostrato che esistono neutrini astrofisici di altissima energia e ha cominciato a collegarli a sorgenti cosmiche lontane. Non osserviamo più il cielo soltanto attraverso la luce, dalle onde radio ai raggi gamma. Lo osserviamo anche attraverso particelle che possono raccontarci fenomeni estremi come nuclei galattici attivi, buchi neri e giganteschi acceleratori cosmici. Nasce così una nuova astronomia, quella multimessaggera, nella quale lo stesso evento può essere studiato attraverso fotoni, neutrini e onde gravitazionali. È come se per secoli avessimo contemplato l’Universo soltanto con gli occhi e improvvisamente avessimo acquisito un altro senso.

Ora la ricerca dovrà imparare a usare sempre meglio questo nuovo senso. Occorrerà costruire mappe del cielo in neutrini, identificare le sorgenti dei raggi cosmici più energetici, comprendere cosa accade vicino ai buchi neri e cercare segnali di una fisica che potrebbe andare oltre ciò che oggi conosciamo. Nuovi strumenti e l’espansione degli osservatori esistenti renderanno queste domande sempre meno speculative e sempre più sperimentali. È forse questo il significato più autentico del Nobel a Francis Halzen. Non premia soltanto una risposta tanto chiara quanto sorprendente, ma una nuova possibilità di porre domande all’Universo. E, ripensando a quei versi scritti da un ragazzo nel 1973, mi piace riconoscere anche un’altra lezione. La scienza mette nelle nostre mani mezzi sempre più potenti. Sta a noi decidere se trattarli davvero «come balocchi» oppure farne strumenti di conoscenza, responsabilità e progresso positivo.

Nel disegno, Francis Halzen

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