La Selva oscura, il paesaggio reale dietro la prima terzina della Divina Commedia

di Roberto Malini, per il Centro Lunigianese di Studi Danteschi (un grazie a Mirco Manuguerra)

Dantedì puntuale – 4 aprile 1300 – data vera di uscita da Dante dalla Selva oscura.

La scena si apre nel silenzio di una notte di inizio primavera del 1300. Non siamo tutti d’accordo su quale notte sia, ma sappiamo che per Dante aveva un significato profondo e sovrumano. Alcuni studiosi indicano il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione e antico capodanno del calendario fiorentino, oggi celebrato come Dantedì istituzionale. Altri, sulla scorta della dimostrazione effettuata dal dantista Mirco Manuguerra nel 1994, preferiscono una ricostruzione più precisa e collocano l’inizio del viaggio nella notte tra il 4 e il 5 aprile del 1300, all’inizio della Settimana Santa di quell’anno. È il Dantedì puntuale, la notte reale in cui il poeta immaginò di smarrirsi.

In quella notte un uomo di trentacinque anni si accorse improvvisamente di non sapere più dove si trovasse. I versi che seguono sarebbero diventati il portale d’ingresso di tutta la letteratura occidentale:

«Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita».

Dante non descrive semplicemente un luogo. Descrive uno stato della mente e dello spirito, con lo smarrimento, il buio, la paura che cresce mentre si tenta di ricordare il cammino perduto.

«Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura».

Quella foresta è stata letta per secoli esclusivamente come un simbolo morale, la metafora della crisi spirituale dell’uomo. E certamente lo è. Ma per i contemporanei di Dante quell’immagine aveva anche un’altra dimensione, molto più concreta. La selva non era esclusivamente un artificio letterario. Era un elemento reale del paesaggio europeo, quel regno della natura selvatica al cui limitare vivevano la maggior parte dei popoli.

Nel Medioevo inoltrato, quando Dante scriveva, gran parte del continente era ancora dominata da foreste profonde, territori dove la presenza dell’uomo era intermittente e dove la natura manteneva una forza che oggi, osservando i boschi antropizzati e i parchi naturali da noi “puliti” e controllati, fatichiamo a immaginare.

Il continente verde

Per comprendere la selva di Dante bisogna immaginare un’Europa diversa da quella attuale. Le città erano piccole isole di pietra, mattoni e legno circondate da un mare di campi e boschi. Le grandi bonifiche agricole non avevano ancora trasformato il paesaggio e l’espansione urbana era limitata. Il continente era, in senso letterale, molto più verde.

Le foreste si estendevano in lunghe catene ecologiche che collegavano gli Appennini alle Alpi, le Alpi ai Carpazi, i Carpazi alle pianure dell’Europa orientale. Non erano foreste uniformi, ma mosaici complessi di ambienti. In alcune zone dominavano le querce, in altre i faggi, altrove i carpini, gli olmi, i tigli. Tra gli alberi cresceva un sottobosco fitto di noccioli, rovi, prugnoli e felci, mentre l’edera saliva lungo i tronchi e le radure si aprivano solo dove la luce riusciva a penetrare.

Per un viaggiatore medievale entrare in una foresta significava cambiare mondo. I suoni si attenuavano, la luce diventava incerta, i sentieri si moltiplicavano e poi sparivano. Non era difficile perdere l’orientamento. Bastava che la pista svoltasse dietro un costone o che un torrente tagliasse la valle perché il cammino si confondesse tra alberi identici.

È in quel contesto che le parole di Dante acquistano una precisione sorprendente. La sua selva era «selvaggia e aspra e forte»: tre aggettivi che non descrivevano solo un sentimento ma un ambiente reale, un bosco intricato, difficile da attraversare e decisamente irto di insidie. Era il luogo delle favole che si narravano ai bambini per invitarli a non avventurarsi mai nell’ignoto, popolandolo di creature fantastiche — gnomi, orchi, folletti maligni — in aggiunta alle belve autentiche, che vivevano e andavano a caccia tenendosi nell’ombra, sempre in agguato, infide, pazientissime, fulminee, letali.

Dante conosceva bene le foreste dell’Appennino tosco-romagnolo, in particolare quelle del Casentino, dove ancora oggi sopravvivono faggete antiche e profonde. Ma nel Trecento quelle foreste erano molto più vaste e continue. Non esistevano strade asfaltate né segnaletica o confini netti fra territorio umano e territorio selvatico. La notte, soprattutto, trasformava completamente il paesaggio.

Ai margini delle radure

Quando Dante tentò di uscire dalla foresta, la sua strada fu sbarrata da tre animali. Il primo apparve quasi all’improvviso, leggero e rapido:

«Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, una lonza leggiera e presta molto che di pel macolato era coverta.»

Subito dopo comparvero un leone e una lupa.

La tradizione interpretativa ha letto questi animali come allegorie morali. Ma Dante non inventò creature fantastiche. Gli animali che evocò appartenevano al mondo naturale che gli uomini medievali conoscevano.

La lupa rappresentava il predatore più familiare dell’Europa storica. I lupi erano diffusi praticamente ovunque, dalle foreste italiane alle pianure della Germania fino alle regioni baltiche. Le cronache medievali parlavano spesso di branchi che attraversavano i villaggi nelle notti d’inverno o che seguivano i viaggiatori lungo le strade forestali.

La lonza è più misteriosa. Dante la descrive come maculata e agile, un animale rapido e sfuggente. Molti studiosi hanno riconosciuto in essa la lince eurasiatica, un felino elegante e silenzioso che abitava le grandi foreste europee fino al tardo Medioevo. La lince era un predatore solitario, quasi invisibile, perfettamente adattato ai boschi montani.

Il caso del leone è il più sorprendente.

Oggi i leoni appartengono all’immaginario africano o asiatico, ma la loro storia europea è lunga e poco conosciuta. Nel V secolo a.C. lo storico greco Erodoto raccontò che leoni attaccarono i cammelli dell’esercito di Serse mentre attraversava la Macedonia. In epoca classica questi animali vivevano ancora in Grecia settentrionale e nei Balcani.

Resti fossili e archeologici mostrano che popolazioni di leoni asiatici si spinsero fino alle steppe dell’Europa orientale e dell’attuale Ucraina. Alcuni studi suggeriscono che questi grandi felini possano essere sopravvissuti molto più a lungo di quanto si pensasse, forse fino ai primi secoli del Medioevo. Cronache dell’Europa orientale dell’XI secolo parlano di incontri con animali che potrebbero essere stati gli ultimi rappresentanti di questa antica presenza europea.

Se così fosse, il leone di Dante non sarebbe soltanto un simbolo morale o biblico. Sarebbe anche il riflesso lontano di un paesaggio naturale che l’Europa aveva conosciuto per millenni.

La selva oscura resta un luogo dell’anima. Ma dietro la metafora si intravede un continente diverso dal nostro: un’Europa dove le foreste erano immense, dove i predatori percorrevano ancora i margini delle radure e dove l’uomo non aveva ancora imposto al paesaggio il suo dominio totale.

Quando Dante scrisse che quella selva «nel pensier rinova la paura», non parlava soltanto della coscienza umana. Parlava anche di una realtà concreta, di un mondo naturale che per secoli aveva circondato e accompagnato la storia europea.

Un mondo che oggi sopravvive solo in frammenti e che ritroviamo nei versi di un poeta che, in una notte di primavera del 1300, immaginò di smarrirsi nel dominio intricato e profondo delle forze primigenie, dove l’essere umano inevitabilmente si smarrisce e comprende quanto sia fragile il dono della sua vita, parte di un ciclo misterioso ed eterno.

Schede simboliche e zoologiche

La lonza (la lince dei boschi europei)

Nei bestiari medievali gli animali maculati e rapidi erano spesso associati alla seduzione e all’inganno, qualità che attirano l’uomo e allo stesso tempo lo smarriscono. La lonza di Dante è stata interpretata sin dall’antichità come simbolo della frode o della lussuria, un animale elegante e sfuggente che non affronta l’uomo frontalmente ma lo ostacola con movimenti agili e imprevedibili. Nei bestiari la lynx è descritta come creatura dalla vista straordinaria, capace di penetrare la materia con lo sguardo: «Lynx oculis tam perspicacibus est ut etiam per parietes videre dicatur», scrivevano gli autori medievali. L’immagine richiama un animale che osserva senza essere visto, quasi un fantasma del bosco.

Dal punto di vista zoologico la lonza della Commedia è stata spesso identificata con la lince eurasiatica (Lynx lynx). Questo grande felino abitava un tempo gran parte delle foreste europee, comprese le regioni alpine e appenniniche. Predatore solitario, dotato di straordinaria capacità mimetica, la lince caccia soprattutto cervi, caprioli e piccoli mammiferi. Le sue macchie, il passo leggero e la capacità di muoversi silenziosamente tra gli alberi corrispondono bene alla descrizione dantesca. Oggi sopravvive soprattutto nei Carpazi, nei Balcani e in alcune zone delle Alpi dove è stata reintrodotta.

Il leone (il sovrano delle fiere)

Nei bestiari medievali il leone è il re degli animali e assume spesso un significato morale ambivalente. Da un lato rappresenta la forza, la regalità e talvolta Cristo stesso; dall’altro incarna la superbia e la violenza. Il Physiologus racconta che il leone dorme con gli occhi aperti e che i suoi cuccioli nascono morti per tre giorni finché il padre non li risveglia con il suo respiro: un’allegoria della resurrezione. Al tempo stesso la tradizione biblica ammonisce: «Adversarius vester diabolus tamquam leo rugiens circuit quaerens quem devoret» (Prima lettera di Pietro, 5,8), il diavolo che ruggisce cercando chi divorare. Non stupisce quindi che Dante lo presenti con un’immagine potente: «Questi parea che contra me venisse / con la test’alta e con rabbiosa fame».

Zoologicamente il leone non è estraneo alla storia europea. Fino all’antichità popolazioni di leone asiatico (Panthera leo persica) vivevano nei Balcani e in Grecia. Erodoto racconta che nel V secolo a.C. leoni attaccarono i cammelli dell’esercito persiano durante la spedizione di Serse. Resti archeologici mostrano che questi animali erano presenti anche nelle steppe dell’Europa orientale e dell’attuale Ucraina fino a circa duemila anni fa. Alcuni studi suggeriscono che piccoli nuclei possano essere sopravvissuti più a lungo nelle regioni orientali del continente, alimentando memorie e cronache che giungono fino all’alto Medioevo.

La lupa (la fame che non si sazia)

Tra gli animali della selva, la lupa è quello che Dante carica del significato più cupo. Nei bestiari medievali il lupo rappresenta spesso la rapacità e la distruzione. Il Physiologus lo descrive come un predatore che paralizza con lo sguardo e divora senza pietà: «Lupus rapax est et semper esurit». Nella tradizione cristiana diventa simbolo dell’avidità e della cupidigia che divorano l’anima. Dante ne offre un ritratto memorabile: «Ed una lupa, che di tutte brame / sembiava carca ne la sua magrezza». È una creatura consumata dalla fame, immagine di un desiderio che non conosce limite.

Dal punto di vista zoologico il lupo europeo (Canis lupus) è stato per millenni uno dei grandi predatori dominanti del continente. Nel Medioevo popolava praticamente tutte le regioni europee, dalle foreste mediterranee alle pianure settentrionali. Animale sociale e altamente intelligente, vive in branchi organizzati e percorre territori vastissimi alla ricerca di prede come cervi, caprioli e cinghiali. In Italia il lupo non si è mai completamente estinto e negli ultimi decenni è tornato a espandersi nelle Alpi e negli Appennini, ricostruendo lentamente una presenza che accompagna la storia europea fin dalla preistoria.

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