L’arte di Tee Jay Holland, il mondo del Covid come prigione e specchio deformante

di Roberto Malini, da Agire Sociale News

Nel chiuso della pandemia, tra malattia, isolamento e paura, l’artista statunitense Tee Jay Holland trasforma il corpo ferito in immagine, la stanza in labirinto, la città in visione instabile. I suoi disegni aprono brecce nei muri del lockdown. Oltre la prigione domestica, il colore, la memoria e l’immaginazione tornano a cercare un cielo autentico. In preparazione la mostra My Body Aches.

Nel tempo della pandemia, l’arte non ha semplicemente raccontato la paura, ma l’ha guardata negli occhi, ha respirato il suo fiato soffocante, ha toccato la sua pelle gelatinosa e ardente. L’ha attraversata nei corpi, nelle stanze, nei segni, nei materiali poveri rimasti a disposizione quando il mondo esterno sembrava sottrarsi. Il Covid-19 ha avuto una durata insopportabile e si è esteso attraverso tutto il nostro pianeta assumendo un aspetto diverso da quello di un evento sanitario, per quanto grave, diverso da una cesura storica. È esploso o, meglio, è imploso intorno a noi, causando un trauma percettivo insanabile. Ha mutato il nostro rapporto con la casa, la finestra, il letto, la strada, il volto dell’altro e il proprio corpo. Ha cambiato il modo in cui un artista poteva pensare lo spazio, la libertà, la memoria.

Molti artisti hanno sofferto profondamente quel periodo. Alcuni ci hanno lasciati. Altri hanno subito trasformazioni radicali del proprio sentire e del proprio immaginario. Il sistema dell’arte, con i musei, le gallerie, i centri culturali, gli atelier, ha trovato nel digitale e nella comunicazione a distanza una forma di sopravvivenza; ma per molti artisti il vero campo di battaglia non è stato lo schermo, bensì la stanza. Il foglio. Il corpo. La paura. Una sedia, un fazzoletto di cielo, una matita, un tubetto di colore. La necessità di dare forma a ciò che non si riusciva più a dire.

È in questo territorio fragile e incandescente che si colloca il lavoro di Tee Jay Holland, artista statunitense legata all’area di San Bernardino, California. La sua ricerca nasce e si intensifica in uno dei luoghi che conobbero la pandemia come esperienza durissima, segnata da restrizioni, ansia collettiva, pressione sugli ospedali, isolamento sociale e vulnerabilità quotidiana. San Bernardino County visse il Covid dentro il quadro severo delle misure californiane, ma anche dentro una realtà fatta di povertà, lavoro essenziale, famiglie numerose, mobilità difficile, distanze estese e fragilità sanitarie. In quel contesto, la pandemia non fu un’astrazione, ma membra in stasi o costrette a movimenti insoliti, volti coperti da mascherine, attese infinite, notizie quotidiane, paura del contagio, solitudine, ospedale. 

Tee Jay Holland racconta di essere stata gravemente malata, fino a sfiorare la morte. Racconta di avere promesso a se stessa di provare con l’arte, forse per guarire, forse per creare finalmente qualcosa di prezioso per gli altri, per il mondo. Non potendo realizzare materialmente i progetti che si affacciavano alla sua mente, iniziò a costruire artisticamente. L’immaginazione divenne cantiere e contemporaneamente rifugio. O studio da cui iniziava il progetto di una nuova architettura interiore. L’arte non fu per lei un passatempo durante il lockdown, ma una barriera contro la sottomissione psicologica a quei giorni molli e inafferrabili come gli orologi di Salvador Dalí. Una difesa. Una medicina imperfetta, ma necessaria. Un modo per combattere “la rabbia del Covid” con l’idea, l’intuizione, il segno, il colore, la forma.

La sorgente biografica della sua ispirazione è importante, ma non basta ancora a spiegarne la forza dei lavori. Le opere di Tee Jay non valgono perché sono nate in un momento drammatico; valgono perché trasformano quel momento in linguaggio. Non si limitano a documentare il trauma, ma lo traducono in un sistema visivo personale. Un codice crudo, naif e sofisticato insieme, schematico e visionario, adolescenziale per scelta, attraversato da un’urgenza espressiva che non cercava mai la perfezione accademica, ma solo l’intensità della testimonianza. 

I materiali sono semplici. L’artista si accontenta di piccoli ritagli di carta, inchiostro, pastelli, colori. Ma quella semplicità è parte del significato. Nel chiuso dell’appartamento, nel tempo della malattia e dell’isolamento, l’artista utilizza ciò che ha sottomano. Recupera il foglio come luogo primario della visione. Ogni disegno sembra nato da una necessità immediata, apparentemente “respiratoria”. Non c’è monumentalità, non c’è retorica. C’è invece il gesto diretto di chi deve fissare qualcosa prima che scompaia o prima che diventi troppo pesante da sopportare.

In alcuni fogli la composizione si organizza attraverso moduli geometrici, campiture cromatiche, schemi quasi architettonici. Rettangoli verdi, blu, viola, gialli e rossi si accostano come frammenti di una città mentale, come stanze viste dall’alto, come mappe di un ordine che l’artista tenta di ricostruire. È una geometria instabile, emotiva, non matematica. Le forme non cercano la freddezza del calcolo, ma la possibilità di contenere l’ansia. Il colore diventa struttura. La struttura diventa un argine che non è mai abbastanza solido, ma esiste perché resiste.

Altrove, invece, la figura si fa più inquieta. Le case si piegano, ondeggiano, si deformano. La città, che prima del Covid poteva essere spazio di movimento e identità, diventa luogo incerto, quasi liquido. Gli edifici sono incapaci di stare fermi e sembrano attraversati da una vibrazione interna, come se il “fuori” non fosse più sicuro, ma instabile, ondivago, disturbato. È una delle intuizioni più forti dell’artista, che durante il lockdown non solo rappresenta l’interno come un carcere, ma anche l’esterno come un posto privo di affidabilità. La città esiste ancora, ma non è più promessa. È memoria deformata, desiderio e minaccia insieme. Un incubo lucido.

In altri lavori compaiono forme simili a tronchi, cortecce, rami, elementi naturali sospesi in uno spazio irreale. Sembrano frammenti di natura trattenuti, quasi appesi, reperti di un mondo che il corpo non può raggiungere né osservare chiaramente. Accanto ad essi, cerchi concentrici, orbite, nuclei cromatici, piccole esplosioni di colore alludono a una vitalità che insiste nonostante sia contaminata dall’ansia. La natura non appare come paesaggio disteso, ma come segnale, pulsazione o richiamo. Non è contemplazione bucolica, ma primario desiderio di vita.

Un motivo che ritorna con forza è quello dell’insetto, o della falena, costruita come un organismo araldico e fantastico. Il corpo è composto da tasselli di colore, le ali si aprono come una mappa segreta, le antenne si protendono verso uno spazio che resta silenzioso. È una creatura notturna e vulnerabile, ma anche resistente. Porta addosso il colore come una corazza fragile. Sembra nata dal buio, ma non appartiene interamente al buio. In essa si condensa una delle tensioni centrali del lavoro di Tee Jay, ovvero il desiderio di trasformare la vulnerabilità in presenza, di avvolgere la fragilità in un esoscheletro di fede, di affrontare il terrore con la certezza del colore.

Il colore, infatti, è uno dei grandi protagonisti dell’odissea domestica di Tee Jay. Non è un colore puramente estetico. È un colore che non connota né delimita, ma reagisce. A volte esplode, in altri casi rassicura, ma avviene anche che si infranga contro il nero dell’inchiostro e lì si smarrisca. I rosa accesi, i verdi, i turchesi, i gialli, i rossi e i blu sembrano voler scoperchiare la superficie della clausura. Nel tempo in cui il corpo è costretto, il colore si muove. Nel tempo in cui la stanza è limite, il colore dischiude possibilità. Nel tempo in cui il mondo esterno è percepito come pericoloso, il colore rifonda una libertà interiore.

Fra le immagini più significative vi è quella della parete rosa, costruita come una griglia di mattoni o tasselli, dentro cui si apre una breccia azzurra. Oltre il muro appare un frammento di cielo. È una piccola scena, ma racchiude l’intero senso del percorso. La parete è il lockdown, la casa, il confine, la crosta stessa dell’isolamento. La breccia è l’immaginazione, il cui potere è “mitico” e non si arrende all’apparenza. Il cielo è ciò che resta libero quando il corpo non lo è. Tee Jay non elimina il muro, ma lo attraversa. Non nega la chiusura, ma sceglie di aprire varco nel suo perimetro.

Un’immagine che permette di comprendere perché il suo lavoro non possa essere ridotto a espressione spontanea o ingenua. Dietro la semplicità apparente vi è una struttura simbolica precisa. Il muro, la finestra, il cielo, la casa, il volto, l’animale, il labirinto, l’astrazione. Ogni elemento ritorna come parte di una grammatica della sopravvivenza. Non si tratta di illustrare il Covid, ma di mostrare cosa il Covid ha fatto alla percezione, deformandone il fuori, intensificandone il dentro. La pandemia ha reso il corpo un luogo di battaglia, trasformando la fantasia in mezzo di resistenza.

Il disegno con la scritta “My Body Aches” è, in questo senso, una dichiarazione poetica. Le parole sono tracciate con colori diversi, quasi con un’urgenza giovanile e dolentissima. Non c’è intento estetico. Non c’è mediazione. “Il mio corpo fa male”: la frase è semplice, diretta, fisica. Ma proprio questa immediatezza le dà forza. Durante la pandemia il corpo è tornato al centro dell’esperienza umana. Corpo malato, corpo isolato, corpo temuto, corpo da proteggere, corpo da distanziare. Nel lavoro di Tee Jay, il corpo non è anatomia, ma condizione. È dolore, sì, e tuttavia è anche luogo da cui può ripartire la creazione.

Il volto nero, graffiato, deformato, quasi urlante, circondato da piccoli segni geometrici, porta questa tensione a un livello più cupo. Qui l’identità sembra frammentarsi. Gli occhi, la bocca, i contorni non costruiscono un ritratto rassicurante, ma una maschera dell’ansia. È il sé visto nelle notti del lockdown, quando la mente si ripiega su se stessa e le immagini interiori si allungano, si spezzano, si mostrificano. Le forme intorno al volto sembrano satelliti, schegge, piccoli dispositivi di orientamento in uno spazio disturbato. La figura appare prigioniera e insieme ancora capace di emettere segni e segnali.

Quando l’ansia diventa insopportabile, l’artista la visualizza attraverso forme taglienti e seghettate come coltelli, artigli della paura che attentano alla salute dell’anima. Non sono semplici elementi grafici aggressivi, ma piuttosto forme del panico. L’angoscia, in questi lavori, non è raccontata in modo letterario. È resa come pressione, come lama, come labirinto. Coscienza e spirito sembrano muoversi dentro uno spazio senza uscita, disturbato, affollato, febbrile. Eppure proprio nel momento in cui l’immagine sembra avvicinarsi all’horror vacui, Tee Jay non perde lucidità. Riempie la superficie per non esserne inghiottita. Disegna per non dissolversi.

È qui che l’arte compie la sua funzione più profonda. Non guarisce per incanto, non abrade il dolore, non restituisce il mondo com’era prima. Ma crea una distanza. Trasforma ciò che domina dall’interno in qualcosa che può essere visto dall’esterno. L’ansia diventa segno. La paura diventa forma. Il trauma diventa colore. L’artista non fugge dal proprio labirinto perché lo disegna come in una mappa. E disegnandolo, comincia a possederlo.

Questa trasformazione individuale dialoga con una vicenda collettiva. Durante il Covid, in tutto il mondo, moltissimi artisti hanno usato la creatività per elaborare notizie, emozioni, lutti, restrizioni, isolamento. Sono nati musei digitali, archivi spontanei, progetti online, raccolte di opere dedicate alla pandemia. La cultura istituzionale ha reagito con strumenti nuovi, mentre l’arte più intima e privata ha continuato a nascere nei luoghi meno visibili: camere, cucine, letti, ospedali, quaderni, fogli sparsi. Tee Jay appartiene a questa seconda linea, che non è quella dell’evento ufficiale, ma quella del diario necessario.

E tuttavia il suo lavoro supera il diario. Il diario registra, mentre le sue opere trasfigurano. La memoria personale si apre a immagini che possono appartenere a molti, come la stanza chiusa, il corpo che duole, la città deformata, la natura desiderata, il cielo intravisto, il colore come respiro. L’artista stessa afferma che le sue opere sembravano aiutare anche altri a pensare diversamente, a sorridere, a immaginare ciò che poteva ancora essere. In tal senso, la sua arte non è solo autoriparazione, ma anche comunicazione. Non è solo rifugio individuale, ma anche donazione di significato.

Preparare oggi una mostra dedicata a questo percorso significa restituire visibilità a una vicenda umana e artistica che appartiene alla memoria profonda della pandemia. Non si tratta soltanto di esporre disegni del 2021 e degli anni successivi, ma di ricostruire un viaggio. Un’odissea a tappe dentro il tempo del Covid. Ogni opera diventa una stazione: il corpo malato, il muro, la breccia, il cielo, la falena, la città ondulante, il volto ferito, il labirinto, il colore che resiste.

La mostra che l’associazione Watching The Sky sta organizzando insieme all’artista nasce da questa consapevolezza: raccontare i giorni del lockdown e della pandemia non come semplice cronaca, ma come esperienza del corpo, dell’anima e dell’immaginazione. Si intitolerà My Body Aches. Art, Isolation and Hope in the Time of Covid (Il mio corpo fa male. Arte, isolamento e speranza al tempo del Covid). Stazioni di un viaggio fermo, per raccontare la sofferenza, ma anche l’apertura all’ottimismo. Mostrare come, anche quando il mondo si chiude, l’arte possa ancora aprire uno spiraglio.

Perché Tee Jay Holland, nel pieno della paura, ha creato “un altro mondo” che solo lei poteva portare alla vita. Lo ha fatto per sfuggire alla morsa dell’incertezza, per resistere alla distruzione che vedeva intorno a sé, per costruire artisticamente ciò che non poteva costruire fisicamente. E quel mondo, nato dalla malattia e dall’isolamento, oggi ci parla con una forza che va oltre il suo tempo. È una formidabile testimonianza. Ci ricorda che il corpo può dolere, ma l’immaginazione può sempre vibrare e teletrasportarsi oltre. Che una parete può chiudere, ma anche aprirsi. Che un colore può emanare respiro e un piccolo disegno può essere, in certi momenti, l’ultimo richiamo umano che ci consenta di non perderci.

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