La Francia proibisce i social agli under 15: una conquista o una forma di repressione?

di Roberto Malini

Proteggere i giovanissimi dai contenuti nocivi e dalle strategie manipolative delle piattaforme è un dovere pubblico. Ma vietare indistintamente i social fino a quindici anni rischia di trasformare la protezione in sfiducia e la tutela in repressione. È una risposta che tratta esperienze, piattaforme e ragazzi molto diversi come se fossero tutti uguali. I social non sono soltanto dipendenza, violenza o isolamento, ma, al contrario, possono offrire conoscenza, creatività, relazioni e partecipazione. La ricerca descrive effetti differenti secondo la persona, i contenuti, il tipo di utilizzo e il design delle piattaforme. Proibire non significa educare e non prepara necessariamente a un uso consapevole. Si rischia piuttosto di consegnare, a un’età prestabilita, ragazzi inesperti a un ambiente rimasto fino ad allora sconosciuto. Si rischiano inoltre elusione dei controlli, accessi clandestini e migrazione verso spazi meno sicuri. Un precedente culturale può offrire materia di riflessione: il Comics Code Authority, introdotto negli Stati Uniti nel 1954. Nato con l’intento dichiarato di proteggere i minori, impose per decenni una rigida autocensura al fumetto, eliminando temi inquietanti, conflitti sociali, ambiguità morali e rappresentazioni considerate sconvenienti. Non cancellò però il disagio giovanile né le inquietudini degli autori. Li espulse semplicemente dallo spazio culturale ufficiale, favorendo la nascita di circuiti underground e alternativi. Quando il sistema perse autorità e infine scomparve, il fumetto ritrovò libertà espressiva, complessità e maturità. Il paragone non vale in assoluto, perché fumetto e social hanno complessità diverse, ma ricorda che proibire un linguaggio non elimina ciò che quel linguaggio esprime, ma spesso lo rende soltanto clandestino, meno controllabile e più distante dal confronto didattico. La politica non dovrebbe sostituirsi al dialogo educativo con una nuova forma di paternalismo digitale. Dovrebbe invece imporre alle piattaforme sicurezza fin dalla progettazione, limiti agli algoritmi e tutela rigorosa dei dati. Dovrebbe sostenere famiglie, scuole, educatori e progetti culturali costruiti insieme ai ragazzi. La legge francese esclude enciclopedie, repertori scientifici e alcuni progetti digitali educativi, ma resta un divieto generale per gli altri social. Una vera protezione sviluppa progressivamente autonomia, capacità critica e responsabilità. Proteggere i minori non dovrebbe significare espellerli dal mondo digitale, ma renderlo finalmente adatto anche a loro.

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