Su Agire Sociale News, “Cinema e diritti umani”

di Roberto Malini, Agire Sociale News – anno IV, n° 1 – gennaio/febbraio 2025

Cinema e diritti umani: un viaggio di emozioni e riflessioni attraverso secoli di lotte civili e libertà conquistate

Il cinema, come la poesia e probabilmente più di ogni altra forma d’arte, ha saputo catturare e trasmettere al pubblico la complessità dei diritti umani, trasportandoci nel vivo delle lotte di individui, gruppi sociali e popoli perseguitati e limitati nelle loro libertà. Tanto che possiamo affermare come il grande schermo sia stato fondamentale per amplificare l’eco delle vittorie e delle perdite che hanno definito attraverso periodi di guerra e di pace la condizione umana. Dai primi tentativi di rappresentare la segregazione razziale e l’oppressione politica, fino ai più recenti film che esplorano identità, migrazioni e diritti delle minoranze, la settima arte ha fornito una finestra unica sulle contraddizioni della nostra epoca. Già negli anni 1940, pellicole come The Grapes of Wrath (Furore, 1940) di John Ford, tratto dal romanzo di John Steinbeck, esploravano la condizione dei lavoratori migranti durante la Grande Depressione americana. Il film è un manifesto visivo della disuguaglianza sociale, con immagini potenti che rimandano ai documentari fotografici di Dorothea Lange. Alcuni anni dopo, il regista francese Robert Bresson realizzava Un condamné à mort s’est échappé (Un condannato a morte è fuggito, 1956), una riflessione minimalista sulla libertà e la resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale.

La narrativa sui diritti umani iniziò a evolversi con il film di Norman Jewison In the Heat of the Night (La calda notte dell’ispettore Tibbs, 1967), che affronta il razzismo negli Stati Uniti del Sud con una performance indimenticabile di Sidney Poitier. Questo film segnò un punto di svolta, rivelando come il cinema potesse essere un’arma potente ed efficace contro i pregiudizi. Negli anni ’80 e ’90, il cinema internazionale si è fatto portavoce di storie che spaziavano dall’apartheid sudafricano al genocidio in Ruanda. Cry Freedom (Grido di libertà, 1987), diretto da Richard Attenborough, racconta l’amicizia tra il giornalista Donald Woods e l’attivista anti-apartheid Steve Biko, incarnando il coraggio e la necessità di denunciare le ingiustizie. Nello stesso periodo, Judgment at Nuremberg (Vincitori e vinti, 1961) di Stanley Kramer riportava alla ribalta il processo contro i crimini nazisti, esplorando temi di responsabilità individuale e morale. Ma è con l’opera di Terry George Hotel Rwanda (2004) che il cinema ci ha ricordato perentoriamente quanto il mondo abbia fallito nel prevenire uno dei genocidi più devastanti del XX secolo. Don Cheadle interpreta Paul Rusesabagina, un uomo comune che si trasforma in eroe, offrendo rifugio a centinaia di persone perseguitate. La difesa delle persone più vulnerabili ed esposte alla persecuzione è un tema strettamente connesso alla Shoah e all’azione dei Giusti fra le Nazioni, come ci ha narrato con drammatico lirismo e attento metodo storico il grande Steven Spielberg in Schindler’s List, uno dei suoi capolavori.

Il nuovo millennio ha visto emergere film che hanno amplificato le voci delle minoranze e portato avanti battaglie contemporanee. Milk (2008) di Gus Van Sant racconta la vita di Harvey Milk, il primo uomo dichiaratamente gay a ricoprire una carica pubblica negli Stati Uniti. Il film è un manifesto per i diritti LGBTQIA+ e una celebrazione del coraggio di vivere con orgoglio e autenticità. La questione delle migrazioni è al centro di opere come Capernaum (Cafarnao – Caos e miracoli, 2018) di Nadine Labaki, che segue la struggente storia di un bambino libanese che fa causa ai propri genitori per averlo messo al mondo in condizioni di estrema povertà. Questo film, crudo e poetico, ci costringe a riflettere sul significato della responsabilità collettiva e dell’umanità. Parallelamente, Quo Vadis, Aida? (2020) di Jasmila Žbanić riporta in vita l’orrore del massacro di Srebrenica attraverso gli occhi di una traduttrice ONU, mentre il lungometraggio di Larysa Kondracki The Whistleblower (2010) svela il lato oscuro delle operazioni di peacekeeping internazionali, denunciando il traffico di esseri umani.

Il cinema d’animazione ha dato un contributo significativo alla narrazione dei diritti umani, dimostrando che l’arte visiva può affrontare temi complessi con grande efficacia emotiva. L’uovo (2003), diretto da Dario Picciau, è stato il primo film europeo in animazione 3D e ha ricevuto più di dieci premi in festival cinematografici internazionali. Un lungometraggio che ha suscitato forti emozioni, con la sua poetica allegoria incentrata sul diritto alla vita in senso universale, utilizzando un linguaggio visivo innovativo e una narrazione simbolica che lo rendono un punto di riferimento nel panorama dell’animazione. Altri film d’animazione, come Persepolis (2007) di Marjane Satrapi, raccontano storie di oppressione e resistenza. Attraverso lo stile grafico unico, Persepolis illustra la vita sotto un regime autoritario, affrontando temi di identità, esilio e autodeterminazione. Flee (2021) di Jonas Poher Rasmussen porta il genere documentario nell’animazione, narrando la fuga di un rifugiato afghano con un approccio intimo e profondamente toccante. Un altro esempio è Wadjda (La bicicletta verde, 2012), il primo film saudita diretto da una donna, Haifaa Al-Mansour. Pur mescolando live-action e animazione, questa storia affronta il tema della disuguaglianza di genere, dando voce alle aspirazioni di una giovane ragazza che sogna la libertà di andare in bicicletta.

Negli ultimi anni, film come BlacKkKlansman (2018) di Spike Lee hanno unito intrattenimento e attivismo, offrendo una critica feroce al razzismo sistemico e alle dinamiche di potere negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, l’uso di tecnologie innovative ha ampliato le possibilità narrative. In questo contesto, è impossibile ignorare film che celebrano la resilienza delle comunità oppresse. Selma (2014) di Ava DuVernay racconta la storica marcia per i diritti civili guidata da Martin Luther King, mentre The Help (2011) di Tate Taylor esplora la segregazione razziale attraverso le vite delle domestiche afroamericane negli anni ‘60. Queste storie ci ricordano che il cinema non è solo uno specchio della società, ma anche un mezzo per cambiarla. Il cinema che si occupa di diritti umani ha una responsabilità che va oltre l’estetica. Come ha affermato Ken Loach con Bread and Roses (2000), che racconta la lotta dei lavoratori immigrati negli Stati Uniti, l’arte può e deve essere uno strumento di denuncia e di mobilitazione.

Nel XXI secolo, mentre il mondo affronta crisi sempre più complesse, dai cambiamenti climatici alle disuguaglianze globali, film come Dark Waters (2019) di Todd Haynes e The Battle for Laikipia (2022) di D. Matziaraki e P. Murimi ci ricordano che la lotta per i diritti umani è un impegno tanto difficile quanto continuo, che richiede attenzione, empatia e azione. Il cinema, nella sua capacità di intrecciare storie personali e questioni globali, continuerà a essere un pilastro nella difesa dei diritti umani. Ogni film, dalla storica lotta di lotta di Gandhi (1982), magistralmente diretta da Richard Attenborough, alla formidabile narrazione queer di The Danish Girl (2015), capolavoro di Tom Hooper, è un tassello di un mosaico che racconta il progresso e le sfide della nostra umanità, verso un’evoluzione che si spera possa condurre all’uguaglianza e alla libertà per ogni cittadino del pianeta. Un cammino di civiltà che riguarda assai da vicino le opere per il grande schermo. Come diceva Sidney Lumet, “Il cinema è sì l’arte del compromesso, ma mai a discapito della verità”. E il cinema sui diritti umani, che conta su un numero sempre crescente di autori, non potrà mai permettersi di tradire questo impegno.

Non dobbiamo dimenticare che nel corso della storia recente, numerosi registi hanno subito persecuzioni da parte di regimi autoritari a causa delle loro opere o delle loro posizioni politiche. Un caso emblematico è quello dell’iraniana Mahnaz Mohammadi, documentarista e attivista per i diritti delle donne, arrestata più volte dalle autorità iraniane con l’accusa di propaganda contro lo Stato. Nel 2011, fu prelevata dalla sua abitazione da agenti dei servizi di sicurezza e condannata a cinque anni di reclusione per una presunta collaborazione con la BBC. Mohammadi aveva diretto il film Women Without Shadows (Donne senza ombra), premiato in diversi Paesi, e contribuito al documentario We Are Half of the Population (Siamo la metà della popolazione, 2009), incentrato sulle controverse elezioni presidenziali iraniane.
Un altro esempio significativo è quello di Jafar Panahi, anch’egli regista iraniano, noto per film come The Circle (Il cerchio, 2000) e Taxi (Taxi Teheran, 2015), che hanno criticato apertamente le restrizioni sociali e politiche nel suo Paese. Panahi è stato arrestato nel 2010 e condannato a sei anni di carcere, oltre a un divieto ventennale di realizzare film, concedere interviste o lasciare l’Iran. Nonostante queste restrizioni, ha continuato a creare opere in clandestinità, ottenendo riconoscimenti internazionali. Questi casi evidenziano come il cinema possa diventare un potente strumento di denuncia sociale, ma anche come i regimi autoritari e in genere i potenti cerchino di silenziare le voci critiche attraverso la repressione e la censura.

Nelle foto, locandina originale di Furore; una scena di Selma; Liam Neeson in Schindler’s list (fonte: Wikipedia)

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