Mentre famiglie e imprese italiane pagano la bolletta del gas tra le più alte d’Europa, nel nostro Paese si continua a progettare impianti per la produzione di GNL (gas naturale liquefatto), come quello previsto a Pesaro, destinati a un mercato saturo e dominato da giganti mondiali (Russia, Cina, Nord Africa, USA) con costi molto inferiori. Un impianto da 400 tonnellate al giorno come quello pesarese ha un impatto ambientale e un rischio industriale che smentiscono qualunque pretesa di “transizione verde” o interesse nazionale.
A pesare non è solo l’assurdità economica di un GNL italiano non competitivo, ma anche il doppio danno ambientale: da una parte nuovi impianti pericolosi e inquinanti, dall’altra rigassificatori già esistenti (come quelli di Piombino o Panigaglia), che continuano a rilasciare sostanze inquinanti in mare e nell’aria, con effetti noti sulla salute dei cittadini e degli ecosistemi, senza nemmeno essere utilizzati a pieno regime.
«Il paradosso è evidente – scrive Il Giornale il 4 maggio 2025 –: abbiamo fatto enormi sforzi per diversificare le fonti di approvvigionamento e potenziare i terminali GNL, ma lasciamo parte della loro capacità inespressa. Risultato? Paghiamo il gas più caro d’Europa occidentale».«E allora perché si insiste su nuovi impianti come quello di Pesaro? – afferma in una nota il Comitato PESARO: NO GNL – Per ottenere fondi, autorizzazioni, vantaggi strategici. Non certo per l’interesse della collettività».
Nel caso di Pesaro, a queste considerazioni si aggiunge il fatto che l’impianto sorgerebbe in zona alluvionale e sismica, con rischi elevatissimi per residenti, lavoratori e ambiente. I piani di emergenza risultano obsoleti o assenti, le analisi sui venti dominanti non vengono effettuate, e l’impatto sanitario e ambientale del metano disperso – un gas serra 86 volte più potente della CO₂ – viene trascurato.
«Ci raccontano che il GNL è una fonte pulita e strategica – prosegue il Comitato – ma nella realtà ci troviamo di fronte a impianti pericolosi, inefficienti e dannosi per l’ambiente, costruiti in nome di una logica industriale autoreferenziale, che non tiene conto né del mercato né della salute pubblica».
Mentre in Iran, a Bandar Abbas, un’esplosione ha devastato un impianto simile – nonostante fosse collocato lontano dai centri abitati – in Italia si pensa di inseddiare queste infrastrutture in aree densamente popolate, come a Pesaro, dove un solo incidente potrebbe avere conseguenze su centinaia di metri, con devastazione urbana e ambientale e il rischio di contare tante vittime.
La vera transizione, dunque, non passa per nuovi impianti GNL, ma per una riflessione seria sull’efficienza, l’impatto ambientale e la coerenza degli investimenti energetici.
Chi guadagna da questi progetti, se non i promotori stessi? E chi pagherà le conseguenze, se non i cittadini?

