Concorso Internazionale Pina Alessio: un premio a Roberto Malini e ai suoi versi di memoria senza perdono

di Lorena Cotta Caruso

Non è facile che una poesia così spigolosa, stratificata, lontana da ogni consolazione lirica e persino dalla più sottile seduzione stilistica, trovi ascolto in un contesto concorsuale. In mezzo a liriche più concilianti, a versi che cercano l’accoglienza e la carezza, Questo non è un luogo di conforto si distingue come sostanza incandescente od ombra greve. Chiede di essere affrontata, non consumata; decifrata, non semplicemente letta.

L’architettura del testo si regge su una ripetizione che assume il valore di un lamento rituale: “Questo non è un luogo di conforto / no, non è un luogo che possa sollevare i nostri cuori / ma torneremo ancora”. È l’eco dei sopravvissuti e dei testimoni, ma anche dei custodi del dolore collettivo, dei poeti che non smettono di tornare là dove la memoria rischia l’erosione. Quel “torneremo ancora” non è speranza ingenua: è impegno, è militanza poetica, è un canto che si insinua nella nostra mente, nel nostro cuore per erodere le futili certezze.

L’opera è un affondo nell’estetica dell’insopportabile. Laddove l’“io” poetico si dissolve nella coralità di una coscienza storica che plasma il linguaggio stesso, emergono immagini potenti: “le mani indurite che affondano nell’oblio”, “il calore del piombo che si fonde”, “la materia del vero, prima che si disciolga nella camera”. L’uso di vocaboli tecnici (“forni”, “caldaie”, “filtri”, “vapori”, “funi”) si mescola alla spiritualità dei “salmi a labbra chiuse”, in un ossimoro costante che è cifra di un dolore che trascende il tempo.

Questo riconoscimento è dunque doppiamente significativo. Perché dà voce a una poesia difficile e necessaria. Perché in un tempo spesso incline all’evasione o alla decorazione, riafferma il ruolo della parola poetica come custode della verità, anche (e soprattutto) quando essa è bruciante. In questo testo la poesia non consola, ma resiste, urla, a volte condanna. Non addolcisce, ma scava. E la giuria ha avuto l’ardire – e la competenza – di riconoscerlo.

 

Questo non è un luogo di conforto

di Roberto Malini

Filiformi ossature che indossano collane di spolette
si abbeverano al cinereo fiume.

Rauche grida ci incalzano da sotto le rovine
come raffiche sorde di vento e rabbia.

Qui le ombre portavano sacchi sulle spalle incurvate
e intonavano salmi a labbra chiuse.

Lavoravano insieme alle macchine ottuse
e la tosse silicea echeggiava nei tubi.

Questo non è un luogo di conforto
no, non è un luogo che possa sollevare i nostri cuori
ma torneremo ancora.

“Sono nostre le mani indurite
che affondano nell’oblio,” sussurrano.

“Siamo custodi della pena, sospiri della fame
che si contendono le restanze del fuoco.

Respiri come inni all’angoscia e al sudore
mentre l’ora si piega sotto gravi catene”.

Le loro coscienze si dissolsero attraversando i filtri
come morto pulviscolo, mentre avanzi di forni
depositavano il lutto nelle vene pulsanti di liquido metallo.

Questo non è un luogo di conforto
no, non è un luogo che possa sollevare i nostri cuori
ma torneremo ancora.

Se la vita è un rosario di grani mortali
e sono abissi senza perdono i serbatoi
riscattiamo le grigie ombre dalle fornaci
con le mani protese a rinsaldare il cielo.

Respiriamo la polvere come aria salubre
e manteniamo vivi nella mente i nomi, sillabandoli
al crepito sordo delle caldaie
nonostante il calore del piombo che si fonde.

Quando stridono gli ingranaggi del carbone
siamo ancora qui, nel giorno senza ore
tra mura sporche, vetri opachi, spessi vapori
dove si spande acre il canto dell’acciaio.

Siamo qui per trattenere, imbragata con funi
la materia del vero, prima che si disciolga nella camera.

Questo non è un luogo di conforto
no, non è un luogo che possa sollevare i nostri cuori
ma torneremo ancora.

Al di qua del muro, dipinto in AI e pittura digitale di R. Malini

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