Cornigliano, il forno elettrico e la realtà che non si può ignorare

di Roberto Malini

In questi giorni, alcune dichiarazioni pubbliche hanno cercato di rassicurare i cittadini di Cornigliano circa l’impatto del futuro forno elettrico ad arco (EAF), citando esperienze internazionali come quella di Tokyo, dove — si è detto — un impianto simile sarebbe stato realizzato a soli 40 metri da un ospedale. Una frase ad effetto, suggestiva, ma che merita di essere esaminata con serietà.

In realtà, non risulta alcun forno EAF di grandi dimensioni installato nel cuore di Tokyo o a ridosso di ospedali.Il caso della Tokyo Steel, spesso evocato, riguarda uno stabilimento situato nella città di Tahara (prefettura di Aichi), ben lontano dal centro abitato e da strutture sensibili. Lì, come in tutti i Paesi dove si rispettano criteri minimi di prevenzione ambientale e urbanistica, si mantengono distanze di sicurezza tra gli impianti industriali e le comunità civili.

Il punto, però, non è Tokyo. È Cornigliano. Un quartiere segnato da una lunga storia di lutti, malattie, sacrifici. Un territorio già esposto per decenni all’inquinamento dell’Ilva, e che oggi vede profilarsi un nuovo pericolo: un forno EAF da 2 milioni di tonnellate annue collocato a ridosso delle case, delle scuole, dei centri per anziani.

Anche nella versione più moderna, un impianto EAF di quelle dimensioni produce oltre 1,4 milioni di tonnellate annue di CO₂. E non è tutto: polveri sottili (PM10 e PM2.5), ossidi di azoto, composti acidi, metalli pesanti. Sostanze che, anche con i migliori filtri, raggiungono l’aria, si depositano sui tetti, entrano nei polmoni. I livelli acustici, durante le operazioni di fusione e carico, superano spesso i 90-100 decibel.

Non è compatibile con la vita civile, con la tutela dei più fragili, con il diritto a respirare. Perché Cornigliano non è una zona industriale isolata: è un quartiere, una città dentro la città, dove i bambini vanno a scuola, gli anziani passeggiano, le famiglie cercano un futuro. E quel futuro non può più essere barattato.

Le comunità non chiedono “equilibrio” con l’impresa. Chiedono verità, salute, rispetto. Chiedono che non si ripeta l’orrore di ieri sotto nuove promesse di progresso. Chiedono che nessun ingegnere, nessun promotore, nessun politico possa più raccontare la favola del “forno pulito”, “silenzioso”, “amico del quartiere”, quando i dati, i numeri e la storia dicono l’opposto.

Cornigliano ha già pagato troppo. È tempo di risarcimento, non di una nuova esposizione. È tempo di ascoltare i cittadini, non di rassicurarli con paragoni espressi ad arte. È il tempo di proteggere chi vive, lavora, cresce in quest’area martoriata di Genova, operando per la sicurezza, la salute, l’ambiente e soprattutto la verità.

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