di Roberto Malini, pubblicato su Agire Sociale News novembre-dicembre 2025
Cultura e civiltà crescono come due rami dello stesso albero: l’una dà forma e senso all’altra, l’altra offre radici e linfa alla prima. Se una si inaridisce, anche l’altra perde vigore. È da qui che è necessario ripartire quando parliamo di educazione alla pace: non da un ideale etereo o da un elenco di buone intenzioni, ma da un presupposto semplice e concreto. La pace è una piattaforma civile, un’infrastruttura invisibile senza la quale nessuna comunità può prosperare a lungo. Nei tempi che viviamo, segnati da crisi ambientali, guerre dichiarate e non dichiarate, migrazioni forzate, impoverimento dei legami sociali, è priorità educativa trasferire alle nuove generazioni non soltanto l’orrore della guerra, ma la competenza della pace: un insieme di conoscenze, sensibilità e metodi che permettano di costruire convivenza là dove prevalgono paura e sfiducia.
Si può partire da una constatazione elementare: la pace non coincide con il silenzio delle armi. È certo anche assenza di violenza diretta – una tregua, una sospensione delle azioni distruttive — e tuttavia resta fragile se non la si riempie di contenuti. Diventa robusta quando alla “pace negativa” aggiungiamo la “pace positiva”: giustizia imparziale, istituzioni trasparenti, partecipazione, fiducia sociale, benessere mentale, ecologia dei territori. E cresce ancora quando riconosciamo che la pace non è solo un fatto esterno — una struttura, una legge, un confine — ma anche un’esperienza interiore, una forma di lucidità e di cura: chiamarla “pace integrativa” aiuta a ricordare che ciò che ferisce l’individuo ferisce la polis, e viceversa. Con queste tre lenti, l’educazione alla pace smette di essere materia opzionale e diventa un modo di abitare il mondo.
Non partiamo dal vuoto: alle spalle abbiamo tradizioni religiose e filosofiche che convergono, pur con molte contraddizioni storiche, su un punto. La pace è un bene supremo e un dovere etico. Nell’ebraismo, shalom è promessa e compito; nel cristianesimo la riconciliazione si fa gesto; nel buddhismo e nell’induismo l’ahimsa — il non nuocere — è via maestra; nell’islam la radice stessa della parola rimanda alla pace come compimento dell’esistenza. Agostino distingue la città umana, segnata da confliggenza, dalla città di Dio, pacificata nell’ordine dell’amore; Tommaso dirà che la pace è opera della carità e, indirettamente, della giustizia. Con l’Umanesimo, Erasmo smonta l’incantesimo della guerra e propone il metodo della moderazione; Tommaso Moro immagina una polis educata alla nonviolenza e all’uguaglianza. La modernità spinge oltre: Spinoza osserva che la pace non è semplice assenza di guerra, ma virtù che nasce dal carattere; Locke risale ai diritti, Rousseau denuncia le deformazioni sociali che alimentano la violenza. Kant, infine, ci consegna una bussola: la dignità come fine, il dovere cosmopolitico della pace, la trasparenza come condizione della fiducia reciproca. Nel Novecento, Gandhi e Martin Luther King trasformano la nonviolenza in disciplina interiore e prassi politica; Buber spiega che la pace universale non può esistere se prima gli individui non l’hanno identificata in se stessi, senza più il dualismo io-l’altro; Galtung ci dà il vocabolario per nominare le violenze visibili e quelle strutturali o culturali che sgretolano le convivenze dall’interno.
Tutta questa genealogia non serve a un culto dei padri, ma a un’operazione più modesta e decisiva: tradurre strumenti in prassi educativa. In una scuola, educare alla pace non significa solo aggiungere un’ora a calendario, bensì esercitare capacità che non si improvvisano: leggere i conflitti prima che degenerino, usare le parole come ponti e non come armi, trasformare l’errore in riparazione e non in stigma, collegare i saperi, riconoscere i dispari. L’educazione ai media diventa igiene mentale collettiva: smascherare la seduzione estetica della violenza, il ritmo ipnotico dell’indignazione, l’algoritmo che premia il cinismo e la semplificazione. L’apprendimento cooperativo trasforma i compiti in imprese condivise, dove il successo individuale è legato al successo del gruppo. La giustizia riparativa insegna che una ferita non si chiude con la pena soltanto, ma ricucendo la relazione. L’ecologia integrale ricorda che devastare l’ambiente equivale a spezzare il patto di pace con i viventi e con i non nati. L’alfabeto emotivo restituisce cittadinanza a paura, rabbia, vergogna, insegnando a convertirle in energia civica nonviolenta.
Naturalmente, il discorso educativo non si regge solo sull’etica individuale. C’è un profilo istituzionale imprescindibile. Negli ultimi decenni si è consolidata l’idea della pace come diritto umano: non un auspicio generoso, ma un bene esigibile. Il diritto alla vita non si tutela proclamandolo, bensì predisponendo condizioni che lo rendano effettivo: trasparenza amministrativa, prevenzione del rischio, parità di accesso a istruzione e salute, tutela di chi denuncia abusi, vigilanza su linguaggi e pratiche che normalizzano l’umiliazione. L’educazione alla pace, in questa prospettiva, forma cittadini capaci di chiedere conto e funzionari in grado di rendere conto. Educare alla pace è, dunque, anche educare alla responsabilità pubblica, alla misura delle decisioni, all’arte di legare libertà e sicurezza senza arretrare né sull’una né sull’altra.
C’è poi un paradosso da tenere vivo. La pace non è la cancellazione del conflitto: è la sua trasformazione. Non tutto può essere armonizzato, non tutte le frizioni si sciolgono nel compromesso. L’educazione alla pace è la pedagogia dell’ospitare conflitti senza distruggere le persone. È capacità argomentativa, pazienza, rigore, coraggio. E sì, serve coraggio. Non c’è pace senza la virtù antica di dire “no” quando la convenienza sociale suggerisce “sì”. Il coraggio non è eroismo solitario; è una competenza collettiva che si apprende esercitandola: nella classe che sceglie di non ridere del più fragile, nell’ufficio che decide di proteggere il segnalante, nell’amministrazione che cambia una regola iniqua anche quando è apparentemente “comoda”.
Se la pace si impara, chi sono i maestri? Qui — accanto a Gandhi, Martin Luther King, Wangari Maathai, Maxima Acuña e altri attivisti le cui imprese sono di dominio pubblico — entrano in scena i seminatori di pace: figure spesso fuori cornice — insegnanti, mediatori culturali, operatori sanitari, artisti, scienziati, amministratori trasparenti, giovani che riannodano legami nei quartieri — che senza far parte di fazioni né brandire appartenenze confessionali ottengono pace sociale con parole e gesti. Tra loro vi sono i difensori dei diritti umani, gli Human Rights Defenders, che accendono luci dove prevale l’ombra. Proprio perché agiscono ai margini dei riflettori, le loro idee e i loro metodi rischiano di perdersi. L’educazione alla pace ha allora anche un compito archivistico: identificare, ascoltare, documentare, diffondere. Un atlante della pace vissuta, un archivio orale e scritto, una rete di pratiche replicabili messa a disposizione di scuole, biblioteche, centri civici, redazioni. Non per canonizzare individui, ma per trasmettere competenze che si possono apprendere e adattare.
Da parte mia, ho conosciuto numerosi difensori dei diritti umani, in tante nazioni e in tutti i continenti. Persone coraggiose e altruiste, incapaci di assistere a violenze o ingiustizie senza adoperarsi per la concordia e il rispetto dei diritti. I primi che mi vengono in mente sono Patrick Leuben Mukajanga e Thomas Gazit. Patrick era un mio caro e fraterno amico, pastore ed educatore in Uganda. Non ci siamo mai incontrati eppure, interagendo sui social, abbiamo condotto tante azioni umanitarie a difesa di profughi in difficoltà e bambini senza famiglie. Patrick ne ha ha salvati tanti, nella sua breve esistenza. È morto in un terribile incidente d’auto nel 2020, a soli 44 anni, mentre tornava a casa dopo l’ennesimo atto a difesa dei più deboli, correndo in moto per non infrangere il coprifuoco durante l’epidemia di Covid-19. Thomas Gazit (1932-2023) era un testimone della Shoah e un uomo di pace, strenuo difensore dei valori dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Abbiamo realizzato insieme iniziative per la Memoria e azioni per la pace e la tutela della vita.
Creare occasioni di pace, convinti che un giorno il mondo intero rinuncerà a prevaricazioni e conflitti. Insegnare come superare rabbia e odio, come evitare di aggredire, scegliendo sempre compassione e dialogo. Ascoltando questi propositii, a volte qualcuno obietta: non è utopia? La pace come disciplina non rischia di banalizzare l’immensità del compito? La risposta, sobriamente, è no. Chiamarla “disciplina” non la irrigidisce: la prende sul serio. Una disciplina ha oggetti, metodi, valutazioni. Una disciplina si insegna, si pratica, si corregge. Società che trascurano l’educazione alla pace pagano prezzi altissimi in solitudine, sfiducia, salute mentale compromessa, polarizzazione, degrado ambientale. Comunità che la curano guadagnano tempo di vita buona: meno risorse bruciate in emergenze, più energie per la cura, l’arte, l’impresa sostenibile, la ricerca. La pace, intesa come giustizia vivibile, è la condizione di possibilità di tutto ciò che chiamiamo progresso.
Resta l’ultima, forse la più concreta delle questioni: da dove si comincia? Si comincia dall’ordine del giorno, non dalle grandi parole. Una scuola decide che ogni anno una classe adotta un luogo ferito del quartiere e lo restituisce alla comunità con azioni di cura condivise. Un’amministrazione attiva percorsi di mediazione sociale invece di limitarsi alle ordinanze. Un giornale locale sceglie di raccontare i conflitti con lessico responsabile, rinunciando alla spettacolarizzazione del rancore. Un’azienda inserisce nel proprio bilancio non solo l’impronta ecologica, ma l’impronta relazionale: come incide sulle comunità di lavoro e sui territori. Una famiglia introduce il rito dell’ascolto: una volta alla settimana, ciascuno narra e gli altri non interrompono. Non sono gesti minori: sono la grammatica della pace che diventa sintassi.
Alla fine, educare alla pace significa dire ai più giovani — e ricordarlo a noi stessi — che questa civiltà diventa davvero nostra quando impariamo ad allargare il cerchio: includere chi è lontano, riconciliare il conflitto, custodire i legami con l’ambiente, dare parola al dolore senza farne un’arma. Significa trasmettere strumenti, non slogan; memorie, non mitologie; metodi verificabili, non moralismi. E significa salvare le voci dei seminatori di pace: registrarle, documentarle, insegnarle. Perché, se è vero che la guerra comincia nella mente individuale e collettiva, è nella mente — e nei gesti quotidiani — che la pace si apprende, si pratica, si trasmette. Non un capitolo opzionale, dunque, ma il programma di avanzamento riservato alla prossima umanità.
Nelle foto, Mohandas Karamchand Ghandi, detto “Mahatma”; Martin Luther King Jr.; Wangari Muta Maathai; Maxima Acuña; Thomas Gazit; Patrick Leuben Mukajanga.





