di Roberto Malini
Nel centenario della nascita di Dario Fo, ricordare il suo teatro significa tornare a una forma alta di impegno civile, capace di unire riso e indignazione, memoria e profezia. Fo non è stato soltanto un grande autore e attore, ma un giullare moderno, nel senso più profondo e politico del termine: colui che osa dire la verità ai potenti, rovesciando i linguaggi del potere con l’arma dell’ironia, della narrazione popolare e della cultura critica.
Questo articolo nasce da un’esperienza personale e artistica: la collaborazione a Nonni e bambini, opera poetico-visiva realizzata per l’Unicef, e il lavoro teatrale condiviso in quegli anni con Dario Fo e con Mario Molinari Morales, amico fraterno e compagno di visione. Un percorso che ha intrecciato teatro, poesia, arte e memoria, nel solco di una tradizione che guarda agli ultimi, agli anziani, ai bambini, come custodi di una verità fragile ma essenziale.
Raccontare oggi Nonni e bambini e La forchetta di Mastro Scappi significa interrogare il presente: il rapporto tra sapere e potere, tra libertà di pensiero e dogma, tra creatività e censura. Come nel teatro di Fo, anche qui il passato non è mai evasione, ma strumento per illuminare l’oggi. Il riso diventa atto politico, la scena un luogo di resistenza, la parola un gesto di responsabilità.
A cento anni dalla nascita e a dieci dalla scomparsa, Dario Fo continua a parlarci. Vive nei testi, nelle immagini, negli spettacoli, ma soprattutto in quella postura etica che invita a non tacere, a non obbedire ciecamente, a non smettere di immaginare un mondo più giusto. Questo contributo vuole essere, insieme, un ricordo, una testimonianza e un ringraziamento: al maestro, al giullare, all’uomo che ha insegnato a trasformare la cultura in coscienza collettiva.
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