La memoria incontra l’innovazione: una riflessione di Rebecca Covaciu sull’installazione “Sprich auch du”

Di Rebecca Covaciu

Genova, gennaio 2025 – Sono entrata nella Biblioteca Universitaria con una sensazione che non riuscivo a identificare, ma che mi ha pervasa con una forza inaspettata. Non è solo l’odore della carta antica che accompagna il silenzio dei suoi corridoi; è un’atmosfera sospesa, una tensione che cresce man mano che mi avvicino alla sala che ospita il trittico multimediale Sprich auch du. Un’opera che non è solo un’installazione, ma una vera e propria esperienza sensoriale, un ponte tra passato e futuro.

Sono qui per rendere omaggio a un’opera che mi ha toccato nel profondo, che mi ha riportato a un tempo lontano e terribile, quello delle leggi razziali, delle deportazioni e dell’Olocausto. Un’opera che mi ha commosso così intensamente da farmi riflettere sulla necessità di conservare la memoria di ciò che è stato e di ciò che non deve mai più ripetersi. L’installazione, creata da Roberto Malini, Fabio Patronelli e Dario Picciau, è una fusione mirabile di poesia, musica e tecnologia, con l’intelligenza artificiale che non solo riproduce il passato, ma lo proietta nel presente, suscitando emozioni nuove e brucianti.

Appena sono entrata, sono stata sopraffatta da un brivido, uno scossone profondo che ha attraversato ogni fibra del mio corpo. La memoria storica, che da sempre porto dentro di me, si è risvegliata con una forza inaspettata. La mia identità Rom, le tracce indelebili del dolore, della sofferenza e di quanto il mio popolo ha vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale, sono tornate a galla come un fiume in piena. Non è solo il dolore per ciò che è stato, ma anche la rabbia per ciò che ancora oggi, nel mondo, rischia di essere dimenticato. La videoinstallazione Sprich auch du non è solo un’opera d’arte, è un monito. Una forma di resistenza contro l’oblio.

I versi di Paul Celan, tratti dalla sua celebre Fuga di morte, sono il cuore pulsante di questa installazione. La sua poesia, che sfida il silenzio del dopo Auschwitz, è resa ancora più potente dall’uso della lingua tedesca, che amplifica il dolore e la tragicità di ogni parola. Ma è la sua voce, ricreata attraverso l’intelligenza artificiale, a risuonare in tutta la sala con una forza che sembra venire dai recessi dell’inconscio collettivo. La sua voce non è solo un ricordo; è una chiamata, un richiamo a non dimenticare, a non voltarsi mai dall’altra parte.

La fusione tra tecnologia e memoria è la chiave che ha reso quest’opera tanto potente. L’intelligenza artificiale non ha solo riprodotto immagini e suoni, ma ha creato una sensazione tangibile di vicinanza al passato. La mia esperienza è stata immersiva: la voce di Celan che declamava i suoi versi, il suono struggente creato da Fabio Patronelli che sembrava spezzarsi e dissolversi nell’aria, le immagini digitali che rappresentavano volti e ricordi perduti; tutto contribuiva a creare un’atmosfera quasi palpabile. Un’aria densa, pesante, che si insinua nell’anima e non ti lascia più.

Il trittico, in un gioco di sovrapposizioni e riflessi, racconta la memoria collettiva di un popolo martoriato. Il pannello centrale, con la voce di Celan che emerge dalle profondità della morte per risalire verso una luce lontana e piena di auspici, è il punto focale dell’opera. A sinistra, il canto che vibra tra il ricordo e l’annientamento, un lamento che nasce dalle profondità della storia e si dissolve nell’oblio, ma lascia comunque un segno. E a destra, l’immagine della memoria incarnata, nella figura di donne come Margarete e Sulamith, simboli di vita e di dolore estremo, voci che non si arrendono, che continuano a risuonare nel tempo.

La tecnologia, usata con maestria, è un mezzo per rafforzare il messaggio, per rendere più viva la memoria di ciò che è stato. Sprich auch du non si limita a raccontare, ma ti fa vivere ciò che è stato. Ogni suono, ogni immagine è un colpo al cuore, un invito a riflettere, a non dimenticare. È un’opera che risveglia la coscienza, che ci costringe a confrontarci con ciò che siamo stati e con ciò che possiamo ancora diventare. L’arte non è solo un omaggio, è un impegno, un atto di resistenza contro l’indifferenza.

Chi si avvicina all’opera si trova immerso in un mondo di suoni e immagini che si formano, si scompongono e ci raggiungono dal passato, per invitarci a ricordare, a non lasciare che il tempo e i ricordi scivolino via senza lasciare traccia. Come scriveva Celan, non possiamo mai separare il “No” dal “Sì”. È questo il messaggio che l’installazione porta con sé: l’urgenza di non dimenticare, di non permettere che l’orrore del passato ci sfugga, di farne materia viva – viva come la parola vera – e pulsante nel nostro presente.

L’opera Sprich auch du resterà con me, come un’eco che non svanisce, che continua a risuonare nel mio cuore. È stato un privilegio farne parte, un’esperienza che non dimenticherò mai. Concludo con una frase che mi è rimasta impressa nel cuore: “La memoria non ci offre conforto, ma ci chiama all’impegno.” E questo è ciò che Sprich auch du fa: ci chiama affinché non dimentichiamo, non permettiamo che la Memoria muoia.

Rebecca Covaciu

Nella foto, l’autrice dell’articolo

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *