Ucraina, la Lavra brucia ancora

di Roberto Malini

Nella notte fra il 14 e il 15 giugno 2026, mentre Kiev dormiva quel sonno leggero e spezzato che hanno le città in guerra, il cielo si è riempito ancora una volta del rumore dei missili e dei droni. Al mattino, fra le notizie dei morti, dei feriti, dei soccorritori caduti a Kharkiv e delle case incendiate, è pervenuta anche un’immagine che sembrava riemergere dagli anni più oscuri del secolo scorso. Il fuoco sul tetto della Cattedrale della Dormizione, nel cuore della Kyiv-Pechersk Lavra, il Monastero delle Grotte di Kiev. 

Ci sono luoghi che non appartengono soltanto a una città. Appartengono al codice storico, culturale, tradizionale e umano in cui un popolo ricorda se stesso. La Lavra, fondata nell’XI secolo sulle colline sopra il Dnipro, nacque da grotte di preghiera, da celle scavate nella terra, da monaci che cercavano nel silenzio una patria più vasta dei principati e delle guerre. Poi vennero le chiese, le cupole, le mura, le biblioteche, i pittori d’icone, i pellegrini, gli ospedali, le scuole. Per quasi mille anni, mentre gli eserciti cambiavano lingua e insegne, essa rimase lì, come un vecchio albero sulla riva, ferito ma non sradicato. 

Il popolo ucraino conosce bene questa forma di resistenza. Ha attraversato dominazioni, repressioni, carestie indotte, deportazioni, cancellazioni della lingua e della memoria. Dal 24 febbraio 2022 è sottoposto all’invasione su vasta scala della Federazione Russa, che ha colpito non soltanto territori e infrastrutture, ma anche scuole, ospedali, teatri, musei, chiese, archivi, cimiteri. Le colonne, spesso fragili, che sostengono insieme la vita dei vivi e la voce dei morti. Per questo un colpo contro la Lavra non è mai soltanto un colpo contro una pietra. È un colpo contro la continuità morale di una nazione.

La Cattedrale della Dormizione aveva già conosciuto la distruzione. Iniziata nel 1073 e compiuta pochi anni più tardi, fu per secoli una delle grandi chiese della Rus’ di Kyiv, poi trasformata e arricchita dal barocco ucraino. Nel 1941, durante la seconda guerra mondiale, fu fatta esplodere. La responsabilità di quella distruzione è stata a lungo oggetto di dispute e di propaganda; molte fonti attribuiscono oggi un ruolo decisivo alle mine sovietiche lasciate durante la ritirata da Kiev, mentre la memoria ufficiale sovietica riversò l’accusa sui tedeschi. Comunque sia, del tempio rimase una ferita. E quella ferita, per decenni, non fu sanata. 

La ricostruzione arrivò solo dopo l’indipendenza ucraina. Negli anni Novanta la Cattedrale della Dormizione fu rialzata dalle rovine; i lavori, iniziati nel 1995, furono conclusi in tempi rapidi, e nel 2000 la chiesa ricostruita venne solennemente riaperta. Non era soltanto un restauro architettonico. Era un atto di restituzione con cui l’Ucraina riprendeva in mano un frammento della propria storia, sottraendolo alla polvere dell’impero e al silenzio dell’ateismo di Stato.

Ora quel luogo brucia di nuovo. Le autorità ucraine parlano di un attacco russo; Mosca respinge la responsabilità e sostiene che a colpire sia stato un missile della difesa aerea ucraina. Un rimpallo di responsabilità che si ripete dopo decenni e decenni. Ma resta il fatto essenziale, più nudo di ogni comunicato. Nella notte di un massiccio attacco contro l’Ucraina, un sito del patrimonio mondiale, già iscritto nella Lista UNESCO dei beni in pericolo a causa della guerra, è stato incendiato e danneggiato.

Un crimine contro l’umanità non è soltanto il massacro diretto degli innocenti. È anche l’assedio continuo alla loro casa, alla loro lingua, alla loro fede, ai segni attraverso cui una comunità riconosce i propri morti e istruisce i propri figli. Un crimine culturale, allo stesso modo, non riguarda soltanto l’arte. Riguarda la possibilità di trasmettere un mondo.

Quando una cattedrale brucia, non bruciano soltanto travi e icone. Brucia il lavoro paziente di generazioni che, dopo ogni invasione, dopo ogni carestia, dopo ogni regime, hanno ricominciato a costruire. Brucia la mano del muratore che non è più vivo, la voce del monaco che copiava un libro, la preghiera della donna anziana che vi entrava col fazzoletto sul capo, la sorpresa del bambino che un giorno avrebbe chiesto perché quella cupola brillasse come un sole sul Dnipro.

E tuttavia la Lavra insegna anche un’altra cosa. Le pietre possono cadere, ma certi luoghi non finiscono quando vengono colpiti. Restano come coscienza ferita. Restano come accusa. Restano come domanda rivolta al mondo. Quante volte deve cadere lo stesso santuario perché qualcuno comprenda che non si sta combattendo soltanto una guerra contro un territorio, ma contro la memoria e l’identità stessa di un popolo?

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