Gli artisti ebrei di Janowska e la memoria dell’arte salvata. Da un adolescente scomparso nel 1942 alla mostra Etz Ha-Ḥayim, che inaugura il 19 novembre a Barletta
Nel giugno del 1942, a Leopoli, un ragazzo ebreo di circa quindici anni disegnava, con un evidente talento precoce, la gente della sua comunità. La città, allora occupata dai nazisti, era diventata un luogo di persecuzione, deportazioni e uccisioni di massa. Nel ghetto, dove decine di migliaia di persone erano state concentrate in condizioni disumane, ogni giornata, per ogni ebreo, poteva essere l’ultima. Eppure quel ragazzo trovava il coraggio, la volontà e la forza di tracciare volti, figure, autoritratti, immagini della vita che scorreva, nonostante tutto, intorno a lui. Si chiamava probabilmente Bernard Henryk Fein. Di lui conosciamo pochissimo. Non sappiamo con certezza quando fosse nato, quale fosse la sua famiglia, chi gli avesse insegnato a disegnare. Sappiamo che nel 1942 la sua mano lavorò instancabilmente sulla carta e che, durante il periodo delle grandi deportazioni, scomparve senza lasciare traccia. Con ogni probabilità fu assassinato.
Qualcosa, tuttavia, è sopravvissuto. Due album e oltre centoventi disegni, oggi conservati presso l’Istituto Storico Ebraico Emanuel Ringelblum di Varsavia, molti dei quali firmati Fein.[1] È una vicenda che ci permette di avvicinarci alla storia degli artisti ebrei di Leopoli attraverso una prospettiva particolare. Non soltanto quella della distruzione, ma anche quella della creazione, della capacità di continuare a osservare e immaginare quando il mondo circostante sembra voler cancellare ogni possibilità di futuro. Prima della Seconda guerra mondiale, Leopoli – Lwów in polacco, Lviv in ucraino – era uno dei grandi centri culturali dell’Europa centro-orientale. Vi convivevano tradizioni polacche, ucraine, ebraiche, armene e di altre comunità. L’ambiente artistico partecipava alle trasformazioni del Novecento, dal modernismo all’espressionismo, dal surrealismo alla ricerca di nuove forme architettoniche.
Fra i protagonisti di quella stagione vi era Margit Reich-Sielska, pittrice legata al gruppo d’avanguardia Artes. La sua ricerca dialogava con le esperienze più innovative dell’arte europea. Durante l’occupazione nazista fu arrestata dalla Gestapo e imprigionata a Janowska, secondo una testimonianza resa dal marito, il pittore Roman Selskyi, nel 1985. Riuscì a sopravvivere e continuò la propria attività artistica nel dopoguerra.[2] Un destino diverso attese Józef Awin, nato nel 1883, architetto, restauratore, pittore, grafico e studioso del patrimonio artistico ebraico della Galizia. Awin aveva dedicato parte della propria vita alla valorizzazione delle sinagoghe, dell’ornamentazione tradizionale e della cultura visiva ebraica, cercando un dialogo originale fra memoria e modernità. Nel 1942 fu prelevato dal ghetto di Leopoli, trasferito a Janowska e fucilato.[3]
Anche il pittore Józef Malerman è ricordato fra gli artisti uccisi a Janowska. La documentazione biografica è ancora lacunosa, tanto che perfino la data della morte richiede ulteriori verifiche.[4] Queste storie mostrano una dimensione della Shoah meno conosciuta. Insieme alle persone furono perseguitati gli ambienti culturali nei quali esse avevano vissuto e lavorato. Scomparvero atelier, biblioteche, raccolte private, scuole, associazioni e reti di collaborazione artistica. Molte opere andarono distrutte; altre furono disperse e persero il legame con i loro autori. Nel campo nazista di Janowska, alla periferia di Leopoli, la violenza raggiunse livelli estremi. Il luogo funzionò come campo di lavoro coatto, centro di transito verso lo sterminio e sito di assassinio di massa. Migliaia di persone furono uccise nel campo o nelle vicine aree di esecuzione, mentre altre vennero deportate nei centri di sterminio.[5]
Eppure anche da Janowska sono giunte fino a noi testimonianze artistiche. Una delle più importanti è quella di Zeev Porath, nato Wilhelm Ochs nel 1909. Aveva studiato architettura a Leopoli e, dopo essere passato attraverso il ghetto, fu deportato a Janowska, dove venne impiegato come disegnatore. Riuscì a osservare e rappresentare scene della vita del campo, violenze, prigionieri, appelli ed esecuzioni. Nel 1943 riuscì a fuggire. Una parte delle sue testimonianze figurative è oggi conservata dal Ghetto Fighters’ House Museum in Israele.[6] Le sue immagini sono importanti perché non costituiscono soltanto una ricostruzione successiva degli avvenimenti. Alcune derivano dall’osservazione compiuta durante la prigionia. Il disegno diventava così una forma di documentazione clandestina, un mezzo per registrare ciò che i persecutori avrebbero voluto sottrarre alla conoscenza del mondo.
Un’altra testimonianza è quella di Bernard Slawik, nato Bernard Teitelbaum, architetto e artista ebreo sopravvissuto a Janowska e trasferitosi in Australia nel dopoguerra. I suoi disegni rappresentano deportazioni, baracche, prigionieri, cumuli di scarpe, marce e scene di morte. Alcuni furono realizzati durante la persecuzione, mentre altre immagini vennero riprese e rielaborate successivamente, in un lungo confronto con la memoria dell’esperienza vissuta.[7] Oggi una parte di questo patrimonio è conservata presso l’Australian War Memorial di Canberra. Nelle opere di Porath e Slawik il valore documentario non cancella quello artistico. Il segno, la composizione e il contrasto fra luce e oscurità restituiscono una visione personale della tragedia. Sono immagini nate dalla necessità di testimoniare, ma appartengono anche alla storia dell’arte del Novecento.
La vicenda di Fein presenta caratteristiche differenti e suscita una profonda commozione. Ripercorrerla significa anche confrontarsi con la consapevolezza che la persecuzione nazista abbia spezzato, insieme a una giovanissima esistenza, il percorso di un talento artistico che già lasciava intravedere possibilità straordinarie. Nel febbraio 2024, la storica dell’arte Luiza Nader, docente all’Accademia di Belle Arti di Varsavia, ha presentato al Center for Urban History di Leopoli una ricerca dedicata ai disegni del giovane artista. Nello stesso anno ha affrontato il caso in uno studio sulle testimonianze visive della Shoah.[8] I fogli conservati a Varsavia, spesso datati e firmati soltanto con il cognome Fein, sembrano essere stati realizzati prevalentemente nel 1942, con ogni probabilità all’interno del ghetto. Nader ha richiamato l’attenzione su una caratteristica sorprendente. Molti disegni non rappresentano direttamente la persecuzione. Il ragazzo sembra interessato soprattutto ai rapporti umani, agli amici, alla famiglia, alla propria identità, ai sogni. Disegna persone, espressioni, presenze che vuole continuare a riconoscere.
Non significa che ignorasse la tragedia. Era immerso in una realtà nella quale la violenza determinava ogni aspetto dell’esistenza. Ma il suo sguardo non si lasciava interamente assorbire da essa. Le immagini consentono di intuire un adolescente di notevole sensibilità che cercava di comprendere se stesso e gli altri, che sperimentava il linguaggio del disegno e forse immaginava una vita futura dedicata all’arte. In alcuni fogli, secondo l’interpretazione della studiosa, cancellature, ripensamenti e trasformazioni della figura acquistano un significato particolare. L’esperienza della violenza può emergere anche indirettamente, attraverso il modo in cui un’immagine viene costruita, modificata o interrotta. Non conosciamo le circostanze della sua scomparsa. Nel 1942, fra marzo e agosto, il ghetto di Leopoli fu colpito da successive operazioni di deportazione e assassinio, culminate nella tragica azione di agosto. Fein è cancellato dalle tracce documentarie proprio in quel periodo.
Non sappiamo se sia stato ucciso nel ghetto, deportato a Bełżec o trasferito altrove. Non abbiamo neppure prove che sia stato internato a Janowska. Sappiamo però che una parte dei suoi disegni si è salvata. E questa sopravvivenza pone una domanda fondamentale. Che cosa sarebbe diventato quel ragazzo, se avesse potuto continuare a vivere, studiare, disegnare? Non possiamo rispondere. Possiamo soltanto riconoscere che il nazismo non distrusse unicamente milioni di esistenze, ma anche un patrimonio incalcolabile di possibilità umane, artistiche e intellettuali.
Il 19 novembre 2026, ottantatré anni dopo la rivolta dei prigionieri ebrei di Janowska durante la liquidazione del campo, si inaugurerà a Barletta, nello storico Palazzo San Domenico, la mostra Etz Ha-Ḥayim – L’Albero della Vita. L’arte salvata dalle radici al cielo.[9] L’esposizione, promossa dalla Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria e curata da Roberto Malini e dalla storica dell’arte Carol Morganti, riunisce 68 dipinti, disegni e incisioni provenienti dalla Collezione Roberto Malini, frutto di oltre vent’anni di ricerche e recuperi di opere di artisti ebrei perseguitati. Nell’anniversario dell’atto di eroismo degli ebrei di Leopoli, inizia una mostra attraverso cui si dipana un itinerario, che attraverso la cultura artistica ebraica europea prima, durante e dopo la Shoah.
Il percorso attraversa le avanguardie, le immagini della persecuzione, le incisioni dei sopravvissuti e la pittura della memoria. Una parte importante è dedicata a Jacob Vassover, che attraverso il colore ricreò il mondo dello shtetl, con sinagoghe, rabbini, mestieri, famiglie, musicisti, feste e piccoli episodi quotidiani. Altri artisti, fra i quali Richard Grüne, Isaac Celnikier, Esther Lurie ed Edith Birkin, restituiscono attraverso linguaggi differenti la memoria della persecuzione, la dignità delle persone e la continuità della ricerca artistica.[10] I disegni di Fein, che non fanno parte delle 68 opere esposte, sembrano tuttavia dialogare idealmente e profondamente con il significato dell’iniziativa.
L’Albero della Vita, simbolo scelto per la mostra, evoca le radici che custodiscono la memoria e i rami che si aprono al futuro. Anche i fogli di un adolescente scomparso a Leopoli sono parte di quell’eredità. Immagini che non hanno potuto accompagnare la crescita del loro autore, ma che continuano a incontrare lo sguardo di altre generazioni. Quando osserviamo un disegno sopravvissuto alla Shoah, non incontriamo soltanto un documento storico. Incontriamo una persona, la sua sensibilità, il suo modo irripetibile di guardare il mondo. Forse è proprio questo il significato più autentico dell’arte salvata. Restituire alla storia non solo ciò che è stato distrutto, ma anche ciò che ha continuato a vivere, nonostante tutto. E riconoscere nel segno lasciato sulla carta da un ragazzo di quindici anni, oltre alla memoria di un’atrocità immane, la presenza di una talento giovanissimo cui la follia e la crudeltà del suo tempo non hanno consentito di fiorire.
Nella foto, uno dei disegni di Fein che si sono salvati
Note
1. Luiza Nader, Against Violence — Visuality, Relationality, Testimony. Bernard Henryk Fein’s Drawings from Lviv Ghetto, conferenza, Center for Urban History of East Central Europe, Lviv, 7 febbraio 2024. La presentazione documenta due album e oltre 120 disegni conservati presso l’Emanuel Ringelblum Jewish Historical Institute di Varsavia. L’identificazione completa dell’autore rimane incerta. Scheda della conferenza.
2. Halyna Hlembotska, Art in the Face of Death: Jewish Artists and Architects in Janowska Concentration Camp, in Sergey R. Kravtsov, Ilia Rodov e Małgorzata Stolarska-Fronia (a cura di), From Ausgleich to the Holocaust. Ukrainian and Jewish Artists of Lemberg/Lwów/Lviv, Grünberg Verlag, Weimar–Rostock, 2019. La testimonianza di Roman Selskyi sull’internamento della moglie Margit Reich-Sielska fu richiamata dall’autrice già durante il convegno internazionale di Leopoli del novembre 2012.
3. Lviv Interactive, Józef Awin (1883–1942), Center for Urban History, scheda biografica. La documentazione indica il trasferimento dal ghetto di Leopoli al campo di Janowska durante l’azione dell’agosto 1942 e la successiva fucilazione. La scheda contiene anche riferimenti archivistici e bibliografici sull’attività di Awin come architetto, restauratore e promotore del patrimonio artistico ebraico. Scheda biografica.
4. Halyna Hlembotska, Jewish Architects and Artists in the Janowska Concentration Camp, relazione presentata al convegno The Ukrainian and Jewish Artistic and Architectural Milieus of Lwów/Lemberg/Lviv: From Ausgleich to the Holocaust, Leopoli, novembre 2012; successivamente sviluppata nel contributo del 2019 citato alla nota 2. La sintesi della relazione menziona Józef Malerman fra gli artisti morti a Janowska, ma presenta un’incongruenza nella datazione. Documentazione del convegno.
5. United States Holocaust Memorial Museum, Holocaust Encyclopedia, voce Janowska. Il campo fu utilizzato per il lavoro coatto, il transito dei deportati e le uccisioni di massa. La documentazione ricorda inoltre la rivolta del 19 novembre 1943, avvenuta durante le operazioni naziste di liquidazione e cancellazione delle prove dei massacri. Holocaust Encyclopedia.
6. Ghetto Fighters’ House Archives, The Zeev Porath Collection: Drawings, Paintings and Memories from Janowska Camp, Letters, Diaries & Newspapers, collezione donata da Rachel Popper, figlia dell’artista, il 25 giugno 2013. Il fondo comprende disegni e dipinti del campo, ritratti di prigionieri e ufficiali nazisti, scene di violenza e memorie autobiografiche. Porath, nato Wilhelm Ochs nel 1909, studiò architettura a Leopoli e lavorò come disegnatore durante la prigionia. Catalogo archivistico.
7. Australian War Memorial, Collezione Bernard Slawik, in particolare Loading the Jews in Open Box Cars, inv. ART90346, matita su carta, circa 1943; Bunk Beds, Janowska Concentration Camp, inv. ART90350; The Death March, inv. ART90357, carboncino su carta, 1947. Si vedano inoltre Bernard Slawik, the Real Brutalist, «Provenance», Public Record Office Victoria, 2026, e la documentazione biografica dell’Australian War Memorial. Le fonti distinguono le testimonianze realizzate durante la prigionia dalle immagini rielaborate nel dopoguerra. Australian War Memorial.
8. Luiza Nader, Wizualne świadectwa (z) Zagłady. (Bernard Henryk?) Fein, Witold Lewinson, Artur Prinz/Arie ben Menachem i Mendel Grosman, in Oto widać i oto słychać. Świadkowie Zagłady w okupowanej Polsce, Centrum Badań nad Zagładą Żydów, Varsavia, 2024. Il punto interrogativo inserito dall’autrice nell’identificazione di Bernard Henryk Fein esprime la persistente incertezza biografica. Scheda del volume.
9. United States Holocaust Memorial Museum, Janowska, cit.; Etz Ha-Ḥayim – L’Albero della Vita. L’arte salvata dalle radici al cielo. Opere dalla Collezione grafica e pittorica di Roberto Malini, comunicato di presentazione pubblicato da «BarlettaViva», 27 ottobre 2026. L’inaugurazione è prevista il 19 novembre 2026 alle ore 17 presso il Chiostro di Palazzo San Domenico, via Cavour 8, Barletta. Presentazione della mostra.
10. Etz Ha-Ḥayim – L’arte salvata dalle radici al cielo, percorso espositivo definitivo, Collezione Roberto Malini, 2026, pannelli 01–19. Il documento organizza le 68 opere in cinque nuclei, dalle avanguardie precedenti la Shoah alla memoria della persecuzione, dalla pittura di Jacob Vassover ai ritratti del secondo Novecento. La citazione riguarda le opere effettivamente previste nell’esposizione, non i disegni di Bernard Henryk Fein.
