di Roberto Malini
Pesaro, 27 ottobre 2026. Oggi seguo con emozione, insieme ai miei tanti amici in Israele, una giornata che riguarda sì il futuro di un Paese, ma anche e soprattutto la possibilità di ritrovare una strada verso la pace. Mi auguro che da questo passaggio democratico possa emergere una forte volontà collettiva di superare la spregiudicatezza del potere, l’arroganza, la violenza e la distruzione, per ritrovare la convivenza pacifica, il rispetto del diritto internazionale e il valore della vita umana, senza distinzioni. Conosco numerosi sopravvissuti alla Shoah, alcuni dei quali sono miei cari amici. Da loro ho ascoltato parole che non smettono di interrogare le coscienze e chiedono a tutti il rifiuto dell’odio, il riconoscimento dell’umanità dell’altro, l’impegno a non permettere che la paura diventi una giustificazione per nuove sofferenze. Molti chiedono di abbandonare la logica delle armi e quella propaganda capace di capovolgere il significato delle parole, presentando la distruzione come “operazione di sicurezza”, la vendetta come forma di giustizia, la disumanizzazione come strumento di cività.
Ricordo le parole pronunciate dal sopravvissuto alla Shoah Lyonell Fliss (nella foto) alle Nazioni Unite, a Nairobi, nel gennaio 2025: «Le parole sono più potenti dei proiettili». Un richiamo alla responsabilità di ognuno di noi, alla forza del rispetto reciproco e alla possibilità di costruire accordi anziché alimentare conflitti. Penso a quanto sia necessario trasformare questa speranza nella responsabilità concreta dia ricostruire le città devastate, restituire una casa a chi l’ha perduta, riconoscere i diritti e la terra a chi ne è stato privato, curare i feriti e le persone rimaste gravemente mutilate, assistere chi è solo, chi ha perduto i propri cari, chi porta dentro di sé traumi, depressione e ferite invisibili. Garantire ai bambini israeliani e palestinesi un futuro in cui non debbano più crescere nella diffidenza e nell’ostilità reciproche. Non si può cancellare l’orrore delle stragi né si deve dimenticarlo. Ma si può impedire che l’orrore continui a generare altro orrore. La memoria deve diventare coscienza, la giustizia deve aprire la strada alla convivenza, la sicurezza deve essere cercata nel riconoscimento degli stessi diritti a tutti i popoli, i gruppi sociali, i singoli esseri umani.
Credo nella forza democratica del voto, nella sua capacità di dare voce alle coscienze e di aprire possibilità nuove. E credo nel popolo di Israele, nella sua pluralità, nella sua storia, nelle persone che da anni si impegnano per la pace e nella dignità di ogni essere umano. La pace di cui abbiamo bisogno non è una tregua imposta dalla stanchezza o dalla paura. È una pace vera, duratura, costruita con pazienza e volontà, capace di restituire futuro a israeliani e palestinesi. Una pace cercata e voluta. Una pace che non chieda mai di sacrificare la vita degli altri per proteggere la propria, ma riconosca nella vita di tutti il bene più pregiato e indispensabile in vista di un futuro comune che, mi auguro di cuore, ci veda uscire da una lunga storia di odio e violenza, per iniziare un cammino di speranza e sinergia umana.

