di Roberto Malini
Ci sono opere d’arte che sopravvivono alla storia e altre delle quali sopravvive solo il ricordo. Jacob Vassover (Łódź, 1926 – Tel Aviv, 2008), pittore ebreo polacco, mi raccontò personalmente una vicenda che non ho mai dimenticato. Durante la prigionia nel ghetto nazista di Łódź aveva realizzato circa trecento disegni, nei quali aveva rappresentato la vita degli ebrei costretti a vivere in quel luogo di segregazione, sofferenza e morte. Per salvarli dalla distruzione li aveva affidati a un cittadino cristiano della città. Non riuscì più a recuperarli.
Oggi, alla vigilia della mostra Etz Ha-Ḥayim – L’arte salvata dalle radici al cielo, che sarà inaugurata il 19 novembre 2026 a Barletta, ho deciso di avviare una ricerca in Polonia per tentare di ritrovare quei fogli. Ho scritto al Centrum Dialogu im. Marka Edelmana di Łódź, istituzione impegnata nella conservazione della memoria ebraica della città, e alle redazioni di diversi giornali polacchi, chiedendo di diffondere un appello rivolto alle famiglie, ai collezionisti e a chiunque possa conservare informazioni o documenti relativi a quelle opere.
Conobbi Vassover nel 2004 e instaurai con lui un rapporto di amicizia, alimentato dall’amore comune per l’arte e dalla convinzione che la memoria della Shoah dovesse custodire anche la ricchezza della vita e della cultura ebraica che il nazismo aveva cercato di annientare. Era un maestro della pittura yiddish, capace di restituire attraverso il colore un universo di persone, luoghi, tradizioni e sentimenti. Nei suoi dipinti ritornano le strade degli shtetl, le sinagoghe, i rabbini, i violinisti, gli artigiani e le famiglie. Un mondo ricreato con una libertà espressiva che accosta la memoria alla fantasia, la malinconia alla gioia di vivere. “Pittura semplice come una preghiera”, così l’artista definiva la sua arte.
Vassover era ancora un ragazzo quando fu rinchiuso nel ghetto di Łódź, istituito dai nazisti nel 1940. Vi furono segregate inizialmente circa 160.000 persone, costrette a sopravvivere fra fame, malattie, sovraffollamento e lavoro forzato. Nel 1944, durante la liquidazione del ghetto, decine di migliaia di ebrei furono deportati ad Auschwitz-Birkenau. Vassover sopravvisse alla persecuzione e, dopo la guerra, si stabilì in Israele, dove sviluppò la propria ricerca artistica, senza recidere il legame con le radici culturali dell’Europa orientale.
Ricordo il suo rammarico per la perdita dei disegni. Non ne parlava soltanto come di una parte della propria produzione giovanile, ma come di una testimonianza irripetibile della vita quotidiana nel ghetto. Attraverso quei fogli aveva osservato e rappresentato persone che vivevano sotto la minaccia continua della deportazione e della morte. Molte di esse, con ogni probabilità, non sopravvissero. I disegni avrebbero potuto conservarne i volti, i gesti e le espressioni, restituendoci qualcosa che la documentazione ufficiale non sempre riesce a raccontare.
Non sappiamo se quelle opere esistano ancora. Potrebbero essere state distrutte durante la guerra oppure essere rimaste, dimenticate, presso gli eredi dell’uomo che le ricevette. Potrebbero aver attraversato i decenni senza che nessuno ne conoscesse l’autore o il significato. La ricerca nasce da questa possibilità, fragile, ma non priva di concretezza. E principalmente dalla testimonianza che raccolsi direttamente dall’artista.
Il 19 novembre, nel Chiostro di Palazzo San Domenico a Barletta, si inaugurerà Etz Ha-Ḥayim, esposizione di 68 opere della collezione di arte della Shoah che ho affidato alla Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, in vista della loro conservazione presso la Cittadella di Barletta, centro di ricerca sulla musica e l’arte salvate. Una parte rilevante del percorso sarà dedicata proprio a Vassover, del quale saranno esposti numerosi dipinti. La mostra, aperta fino al 4 febbraio 2027, attraverserà le esperienze artistiche ebraiche precedenti la Shoah, le testimonianze della persecuzione e le opere nate dalla memoria dei sopravvissuti.
Il titolo, L’Albero della Vita, esprime il senso più profondo di questo percorso. Le radici appartengono alla memoria, mentre i rami si protendono verso ciò che ancora può nascere. Anche i disegni perduti di Vassover sembrano appartenere a quest’albero. Non sappiamo dove siano né se un giorno potremo rivederli, ma sappiamo che furono creati da un ragazzo che, nel cuore della persecuzione, continuava a guardare gli altri esseri umani con gli occhi di un artista.
Mi auguro che l’appello raggiunga qualcuno in grado di offrirci un indizio. Ritrovare anche uno soltanto di quei fogli significherebbe restituire alla storia una piccola parte della vita del ghetto di Łódź e mantenere, molti anni dopo la scomparsa di Jacob, una promessa ideale di amicizia e di memoria.
Nella foto, Fuga dal villaggio in fiamme con grande orologio, olio su tela di Jacob Vassover

