Il capolavoro di Louise Glück, “L’iris selvatico”, nella traduzione di Roberto Malini

L’iris selvatico

di Louise Glück (trad. di Roberto Malini)

In fondo al mio dolore
c’era una porta.

Ascoltami: colei che chiami morte,
io la ricordo.

Rumori in alto, fronde del pino che si muovono.
Poi nulla. Il sole pallido
sussultò sul manto asciutto.

È terribile sopravvivere
come coscienza
sepolti nella terra oscura.

Quindi tutto finì: ciò che paventi, essere
un’anima e non riuscire
a parlare, finì di colpo; la terra dura
si incurvò un poco. E quelli che sembravano
uccelli si infilzarono nelle siepi basse.

Tu che non hai memoria
di passaggi dall’altro mondo,
ti dico che potrei parlare ancora: ogni cosa
ritorna dall’oblio, ritorna
per trovare una voce:

dal centro della mia vita è uscita
una grande fontana, profonde
ombre blu sull’azzurro del mare.

***

The Wild Iris

by Louise Glück

At the end of my suffering
there was a door.

Hear me out: that which you call death
I remember.

Overhead, noises, branches of the pine shifting.
Then nothing. The weak sun
flickered over the dry surface.

It is terrible to survive
as consciousness
buried in the dark earth.

Then it was over: that which you fear, being
a soul and unable
to speak, ending abruptly, the stiff earth
bending a little. And what I took to be
birds darting in low shrubs.

You who do not remember
passage from the other world
I tell you I could speak again: whatever
returns from oblivion returns
to find a voice:

from the center of my life came
a great fountain, deep blue
shadows on azure seawater.

Dipinto di Vincent Van Gogh, “Iris” (1882)

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